giovedì 28 giugno 2018

Ci vorrebbe il velo d’ignoranza ma abbiamo solo l’ignoranza

Se riuscissimo ad immedesimarci negli uomini che scappano, rischiando anche la morte, in cerca di un’opportunità di vita che non hanno nel luogo dove sono nati, se riuscissimo ad immedesimarci nei padri e nelle madri che vogliono un futuro diverso per i propri figli e se riuscissimo, guardando negli occhi quei bambini, a vedere in loro i nostri figli, se ammettessimo con noi stessi che non abbiamo alcun merito nell’essere nati ad una certa latitudine rispetto ad un’altra, riusciremmo sicuramente ad affrontare meglio il problema.
C’è un bellissimo concetto filosofico che si chiama “il velo d’ignoranza” secondo il quale, per un principio di giustizia, le decisioni legate alla struttura di una società dovrebbero essere prese astraendo da ogni proprio interesse particolare, ignorando, quindi, la propria posizione nel mondo, presente o futura. Il fatto di non sapere in quale parte della Terra nasceremo, in quale tipo di famiglia o con quali capacità e talenti, dovrebbe portarci ad identificare le migliori soluzioni. E’ un’astrazione, ovviamente, ma è un esercizio che dovremmo sforzarci di fare. 
Soprattutto la politica, in questo, avrebbe il compito di svolgere un ruolo fondamentale. 
 
Sinceramente non vedo veli d’ignoranza quando parlano i nostri politici ma, anzi, occhi ben aperti su determinati interessi, in particolari sui loro, per mantenere, o migliorare, la posizione che hanno ottenuto facendo leva sui nostri occhi spalancati.  

martedì 15 maggio 2018

Adulti, ma quanto ci facciamo prendere per il c**o dalla pubblicità?

Ci fanno vedere persone che finiscono una riunione dal cellulare per poi andare a fare sport chissà dove, quando siamo costretti a lavorare di domenica in un centro commerciale.
Ci fanno vedere auto che promettono di poterci portare attraverso chissà quale percorso avventuroso mentre facciamo tutti i giorni sempre la stessa strada, bloccati nel traffico con decine di altre macchine.
Ci fanno vedere cellulare sempre più evoluti, anche con intelligenza artificiale, che scattano foto con effetti incredibili ma scriviamo messaggi sgrammaticati e siamo sempre a farci selfie dallo specchio del bagno.
Ci fanno vedere tv con immagini sempre più nitide e reali e non ci rendiamo conto che la realtà è che noi rimaniamo sempre seduti sul divano. 
 
Mi sembra che per la pubblicità prendere per il c**o gli adulti siano proprio un gioco da bambini.

domenica 25 marzo 2018

Effetti collaterali della LIM in classe

E' ormai ritenuto un elemento imprescindibile di una classe moderna avere la lavagna interattiva multimediale, conosciuta da tutti come “la LIM”. L'ho sentito chiedere più volte agli insegnanti durante le riunioni di presentazione della scuola elementare o nelle riunioni di classe:
“Nelle classi ci sono le LIM?”, “Usate la LIM durante le lezioni?”
“Ma certo!” con un certo vanto della preside di turno.
E così i genitori tornavano a casa rassicurati sul fatto che i loro figli avrebbero avuto una delle più moderne modalità di insegnamento. Basilare in mondo ormai contrassegnato dall'informatica, tra registri elettronici e chat di classe.
Capita, però, quando per uno strano caso fortuito i tuoi figli ti raccontano della loro giornata di scuola, quando trovano la forza di rispondere ai tuoi “Com'è andata a scuola?” “Cosa avete fatto a scuola?” con frasi più compiute rispetto a qualche suono emesso a labbra socchiuse o del solo “Tutto bene...”, di scoprire che:
Bello, abbiamo visto un film.
Non siamo potuti uscire a ricreazione ed abbiamo visto un filmino.

Nella tua testa è già scoppiato un “Guardare la televisione a scuola!?!?”, “Con tutti gli sforzi che facciamo noi per non fargli vedere la televisione!?!?”. Frasi che si strozzano in gola e non escono fuori dalla tua bocca perché non avrebbe senso dirle ai tuoi figli.
Così scopri che la LIM non è il fulcro dell'insegnamento e che, purtroppo, ha effetti indesiderati, come una banale aspirina. L'effetto collaterale della LIM è di far entrare, di fatto, in classe “una smart tv”, con possibilità di guardare dvd o youtube. E, tra giornate di pioggia invernali e classi indisciplinate, la tentazione è veramente forte. La stessa tentazione alla quale già cedono quotidianamente tantissimi genitori ma per la quale la scuola dovrebbe essere immune.
Arriviamo, così, alla stessa conclusione valida da sempre. Anche in tempi supertecnologici come i nostri. Che il valore principale, il vero tratto distintivo, è quello umano, ovvero l'insegnante. Ricordandoci che, anche se sembra una banalità, un buon insegnante può supplire alla penuria di strumenti ma non vale il contrario.

domenica 4 febbraio 2018

La chat della scuola mi fa avere simpatia dei politici italiani

Qualche giorno fa alla scuola elementare di mia figlia, proprio sul suo piano, si è verificato un episodio di teppismo: materiale gettato nei bagni che hanno intasato e fatto allagare due piani. Come spesso accade in questi casi, i colpevoli non sono stati individuati e l'unico provvedimento preso dalla scuola è stato di togliere la carta igienica dai bagni e darla in dotazione ad ogni classe, chi va in bagno la prende in consegna e al ritorno deve restituirla.

Avvertiti dell'accaduto dalla rappresentante di classe attraverso la chat dei genitori, ho letto con stupore le diverse reazioni.
C'è stata la mamma “innocentista”, che giura e spergiura che, no, i nostri figli sicuramente non sono stati.
C'è stata la mamma “femminista” che ha voluto specificare che sono stati i maschi, visto che il bagno del misfatto è il loro.
C'è stata la mamma “delatrice“, che qualcuno sa e ha visto sicuramente, bisogna spingere i bambini a fare la spia.
C'è stata la mamma “individualista“, perché non si può punire tutti per le colpe di qualcuno, nonostante in realtà non ci sia stata alcuna vera punizione.
C'è stata la mamma “catastrofista“, perché se succedono queste cose già in seconda elementare, di questo passo dove andremo a finire.
E così via...

Mi sono stupito che su un singolo episodio così poche persone esprimessero tante e diverse reazioni. Quasi da farmi avere simpatia, proprio in periodo di elezioni, dei politici che devono cercare di trovare un denominatore comune per tantissime persone.

giovedì 25 gennaio 2018

Babbo e figlia: diversi punti di vista sul traffico

Questa mattina, mentre accompagnavo mia figlia a scuola, sulla corsia opposta c'era una lunga fila di macchine ferme. 
"Guarda che traffico! Speriamo di non fare tardi." le dico.
"La nostra strada verso la scuola è libera." ribatte lei.
"Sì, ma io devo tornare indietro per andare a lavoro." le spiego.
"L'importante è che non faccia tardi io. Se faccio tardi io è peggio!" risponde convinta.
"E perché?"
"Tu vai a lavoro. Io vado a scuola e devo imparare tante cose, meglio che non faccia tardi."
 
 

giovedì 21 dicembre 2017

“Ma Babbo Natale esiste davvero?”

“Ma Babbo Natale esiste davvero?”
Come tutti i genitori, sapevo che prima o poi sarebbe arrivata quella domanda.
“Perché nel pulmino della scuola dicono che non esiste e che sono il babbo e la mamma a comprare i regali!”
Ho preso del tempo per rispondere cercando di trovare un difficile compromesso tra fantasia e ragionamento, proprio quei due elementi che vorrei che mia figlia sviluppasse nel tempo.  
“Babbo Natale esiste se ci credi. Babbo Natale arriva per i bambini, non si occupa dei grandi. Gli adulti si scambiano i regali tra di loro.”
Mi sembrava di sentire le rotelline della sua testa in movimento per cercare di decifrare quello che le avevo appena detto.
 
Troppo tranquillo per aver vinto una piccola battaglia, avevo dimenticato la guerra iniziata sul pulmino da quel bambino di quinta.
Il colpo di grazia è arrivato proprio da chi non mi sarei mai aspettato, da chi ha accompagnato la mia infanzia scolastica e per questo, forse, ero troppo rilassato. In serata, seduto sul divano, leggendo con mia figlia la poesia “Un abete speciale” di Gianni Rodari alla fine troviamo: “Perché se un bambino resta senza niente, anche un solo, piccolo, che piangere non si sente, Natale è tutto sbagliato”.
Neanche il tempo di rendermi conto del pericolo imminente che ero stato colpito dal fuoco amico.
Perché, se Babbo Natala porta i regali, ci sono i bambini poveri che restano senza?
Pausa. Il tempo si ferma. I pochi meccanismi della mia testa iniziano a girare all’impazzata per trovare una spiegazione plausibile. Sembra che il divano mi stia risucchiando, il braccio di mia figlia intorno alla mia spalla è diventato un artiglio, il libro che ho sulle gambe inizia a scottare.  
 
Si può chiedere tutto a Babbo Natale ma non di passare da una specie di ultranazionalista di destra, un liberista estremo o un darwinista sociale. Che da simbolo dei bambini di tutto il mondo si dimentichi proprio di quelli che avrebbero più bisogno di lui, di quelli poveri o di quelli che vivono sotto le bombe. Soprattutto non si può chiedere ad un altro babbo, come me, di farlo.
Credo che la magia debba aprirci il cuore, non chiuderci gli occhi.
Dopo qualche interminabile secondo non ho potuto non ammettere che “mmmhhh... un po’ i genitori aiutano Babbo Natale...”.
Non so cosa mia figlia abbia capito di questa mia sintetica spiegazione che, tra l’altro, fa acqua da tutte le parti. Sono convinto, però, che tutte le nostre chiacchierate durante il resto dell’anno, che prendono spunto dai brevi spezzoni di telegiornale che vediamo insieme, dai racconti letti o semplicemente da quello che vediamo intorno a noi, valgano di più di una difesa d’ufficio di un signore anziano con la barba bianca e con un vestito rosso.

giovedì 30 novembre 2017

Non c’è più rispetto (neanche fuori della scuola)

Ultimamente accompagnare mia figlia a scuola comporta un altissimo rischio di incrinare i rapporti con altri genitori.
Qualche giorno fa stavo per ripartire con l’auto quando mi sono trovato di fronte una macchina ferma in mezzo alla strada con una mamma che stava aspettando con molta calma che la figlia uscisse. Invece di parcheggiare, come fanno tutti, probabilmente per ottimizzare il tempo, almeno il suo, aveva avuto la brillante idea di fermarsi direttamente in strada. Così tanto pazientemente che ad un certo punto ho sfiorato il clacson per farle presente che, nel caso in cui non se ne fosse accorta, oltre a lei c’erano anche altre persone. Dopo aver fatto scendere la figlia è uscita anche lei per cercare qualcosa su uno dei sedili. Così tranquillamente che ho anche aperto il finestrino per chiederle se ne aveva ancora per molto. Il bello di tutto questo è che la signora si è anche risentita di questa premura che le mettevo.
Questa mattina mi sono avvicinato alla scuola vedendo letteralmente un nuvolone di fumo perché un genitore aveva lasciato acceso il motore dell’auto nonostante fosse sceso per accompagnare il figlio fino al portone. Ovviamente con la massima calma ha completato tutto il rito dei saluti mattutini compreso il bacino sulla guancia e l’augurio di buona giornata. Obbligando tutti, soprattutto gli altri bambini, ad attraversare quella nube di gas di scarico. 
Mi chiedo dove o quando abbiamo perso il rispetto nei confronti degli altri. Dove e quando abbiamo perduto l’attenzione verso le conseguenze delle nostre azioni sulle persone che ci stanno intorno.
Abbiamo perso, e questa perdita la stiamo trasmettendo anche ai nostri figli che assistono quotidianamente ai nostri comportamenti, la visione degli altri, concentrati ormai, forse per colpa di tutti questi selfie, solo sulla nostra immagine. 
        
Mi viene da canticchiare amareggiato la vecchia canzone di Zucchero “Non c’è più rispetto...” (ormai i miei ricordi musicali tradiscono la mia età).