martedì 21 novembre 2017

Mentre gli adulti idealizzano il futuro, per i bambini esiste solo il presente.

Ultimamente, parlando con colleghi, amici o genitori dei compagni di mia figlia, sento sempre più spesso frasi come “Quando i figli saranno grandi...” “Quando andrò in pensione...” “Quando i miei figli lasceranno casa...”. Sembra che gli adulti sappiano solo rimandare progetti ad un futuro lontano, che appare loro come un Eldorado, perdendo la capacità di iniziare progetti, interessi, hobby sin da subito, nel presente. Ovviamente con tempi diversi, all’interno della propria giornata, ma con il piacere e la consapevolezza di iniziare qualcosa che li vedrà impegnati per più anni ma con differenti gradi di coinvolgimento.

I bambini, al contrario, vorrebbero tutto e subito. Già la parola “domani” suona alle loro orecchie come fosse “tra qualche anno”. Per loro vale solo il presente. Il futuro non ha alcun valore, paradossalmente in quanto avranno a disposizione molto più tempo.

Come adulti dovremmo insegnare ai bambini il valore di un progetto che si sviluppa e cresce e non si esaurisca nel giro di poche ore. Che sia imparare uno sport o uno strumento musicale, apprendere una lingua straniera o semplicemente leggere un libro. Tutte attività che prevedono un certo periodo di tempo, che presuppongono un impegno che si proietta nel futuro. 
Dai bambini dovremmo imparare l’importanza dell’oggi, evitando di non rimandare ad un domani non meglio precisato.

Dovremmo imparare gli uni dagli altri, come di solito avviene nei migliori rapporti tra persone.

giovedì 26 ottobre 2017

(Per i figli) Crescere è staccarsi (dai genitori).

Qualche mattina fa mia figlia mi ha chiesto di salutarla un po' prima del portone della scuola, per fare un pezzetto di strada da sola. Il solito bacio, il solito augurio di “buona giornata” ma con l'aggiunta di una decina di metri in autonomia.

Sono convinto che la crescita sia un percorso fondamentalmente individuale, che non vuol dire solitario, ma che implica necessariamente un distacco dai genitori. 
Finché non fai “da solo”, nel senso di “in autonomia”, non conosci il tuo valore, non metti alla prova le tue caratteristiche, non valuti quali siano i tuoi punti di forza o di debolezza e, soprattutto, non acquisisci consapevolezza del tuo posto nel mondo, sia ai tuoi occhi che a quelli degli altri.
Credo che questo sia il più grande errore che un genitore possa fare, non agevolare questo percorso di distacco graduale.

Ricordando uno dei libri letti insieme a mia figlia, tutti noi genitori siamo un po' come il gatto Zorba che vede allontanarsi in volo la gabbianella che ha aiutato a crescere e che ha spinto ad imparare a volare. Perché anche crescere è un salto nel vuoto e, come per il volo, “cresce solo chi osa farlo”.

giovedì 5 ottobre 2017

Quote rosa “al maschile”

Da un lato leggo i dati 2016 dell’Ispettorato del lavoro che mostrano come, in Italia, maternità e lavoro siano ancora difficilmente conciliabili, dall’altro sento parlare di “quote rosa” e vedo come si stia cercando di metterle in pratica. Mi chiedo se possano essere davvero uno strumento utile per cercare di porre un freno a questa fuoriuscita dal mondo del lavoro delle neo mamme.

Le “quote rosa” partono dal presupposto che, lasciato da solo, il mondo del lavoro tende ad escludere le donne, in particolare da posti di responsabilità, in quanto caratterizzate da peculiarità che, da sempre in Italia, hanno riguardato il mondo femminile in contrapposizione di quello maschile. Prima tra tutte, la ricerca di una certa flessibilità dell’orario di lavoro che consenta la gestione e la cura della famiglia e dei figli.
Se c’è, come vogliono indicare le “quote rose”, un’impostazione di lavoro “al femminile”, diverso da quello “al maschile”, da valorizzare e da diffondere, bisognerebbe, però, che effettivamente le “quote rosa” favorissero davvero l’avanzamento di questa impostazione “al femminile”. Il rischio che vedo è che, nel concreto, con le “quote rosa” si cambi solo il genere interessato, donne vs uomini, ma non si introduca una vera nuova modalità di lavoro e che, al di là degli uomini o delle donne al comando, rimanga sempre in piedi un modo di lavorare considerato “al maschile”, fatto di mancanza di flessbilità, di disponibilità assoluta sul posto di lavoro al di là di giorni ed orari.

Non vorrei che, una volta nella stanza dei bottoni in virtù delle “quote rosa”, non si avvii concretamente un processo virtuoso a scendere lungo tutto l’organigramma delle aziende. E che le “quote rosa” rimangano un tema da piani alti, da dirigenti, da Consigli di Amminisitrazione o da squadra di Governo ma che abbiano veramente un impatto praticamente nullo nella vita di tutti i giorni delle madri lavoratrici.

giovedì 31 agosto 2017

L’inno di Pieraccioni alla pedata nel culo ai figli e quella strana nostalgia degli sculaccioni.

Sta girando in questi giorno l’appello di Pieraccioni che può essere riassunto in “Genitori di tutto il mondo uniamoci per tornare ai calci nel culo”. Il tema, trattato con la sua solita ironia e simpatia, riguarda la vita reale di tutti i giorni, la sua in quanto babbo, quella di tutti i genitori ed anche la mia, in quanto babbo a mia volta.

Credo che l’appello riguardi più una pedata nel culo a tutti i genitori, affinché aprano gli occhi su quello che sta succedendo nel loro rapporto con i figli. Però, leggendo tra le righe del post, i vari commenti dei lettori, e le tante condivisioni, mi sembra che ci sia una grande nostalgia del quel periodo degli sculaccioni che da figli abbiamo subìto e che da genitori non vogliamo, o semplicemente non possiamo ammettere, attuare nei confronti dei nostri figli.
Non vorrei che ci sembrasse di aver perso il nostro turno di rivalsa. Abbiamo subìto pensando che un giorno sarebbe venuto il nostro turno ma quel turno non è mai arrivato e ci hanno tolto dalle mani uno strumento facile facile per rapportarci con i nostri figli. Perché è in fondo quello che rivendichiamo, la facilità dello strumento. Vuoi mettere com’è facile chiudere, o non far neanche iniziare, una discussione con un bambino con un sonoro sculaccione? Se all’occhio severo segue lo sculaccione, che proprio piacevole non è, al prossimo occhio severo non ci sarà bisogno neanche di arrivare allo sculaccione. In un lampo saranno finite tutte le discussioni. Siamo sinceri, quello che temevamo da piccoli, non erano gli occhi severi dei nostri genitori, ma quello che sarebbe potuto arrivare dopo. Quello era solo un avvertimento.

Eppure abbiamo uno strumento tanto piccolo ma anche tanto potente, intorno al quale vorrei che noi genitori ci unissimo davvero: il “NO”
Un “NO” fermo e deciso. Che nostro figlio sappia che rimarrà tale e non diventerà un “Sì” dopo poco per farlo stare zitto e per non starlo più a sentire. Sia che pianga, che urli o che si rotoli per terra.

martedì 22 agosto 2017

Gli occhi della tigre non si passano in eredità

La costruzione della nostra personalità nel corso della vita è un processo così complesso ed influenzato da tantissime variabili, con pesi e modi diversi, che è praticamente impossibile ipotizzarlo a partire anche da qualsiasi contesto. Lo dimostrano i fratelli che, apparentemente cresciuti in una stessa famiglia e con gli stessi genitori, sviluppano modi di essere e di pensare molto diversi. Per quanto si voglia influenzare, e si tenti di farlo, idee e personalità di un bambino che sta crescendo non vi è alcuna certezza del risultato nonostante psicologi e scienziati sociali cerchino di darci delle indicazioni di massima.

Mi trovo spesso a parlare con mia figlia, anche iniziando a confrontarci ed a fare i primi ragionamenti su temi più “da grandi”. Mi rendo conto quanto il mondo che vive, e che vivrà mia figlia, sia diverso da quello della mia infanzia, anche se con tanti tratti comuni che sono quelli che porto io, in quanto fanno parte di me, nel mio rapporto con lei.

Alcune volte mi rendo conto che certe parole che rappresentano dei valori molto importanti per me sembrino solo parole astratte. Un po' per l'età, un po' perché, certe parole, ognuno deve riempirle da solo. Magari noi genitori possiamo aggiungerci qualcosina del nostro ma sono loro a dover mettere la quantità maggiore. Credo, infatti, che i veri significati derivino principalmente dalle sensazioni che derivano da quello che abbiamo vissuto direttamente al di là delle letture che possono darci altri.

giovedì 27 luglio 2017

Il tempo se ne frega


Le vacanze mi fanno riscoprire ogni volta una nuova dimensione del tempo, che è sempre lì ma che normalmente sembra sfuggirmi e che vorrei riuscire a trovare anche nel resto dell’anno. Ma sto imparando.
Parlare del tempo è come voler descrivere l’acqua quando si è immersi in un fiume, mentre ne parliamo non è più la stessa di qualche secondo prima. La vediamo scorrere, diamo per scontato che continui a bagnarci ma non ci rendiamo conto che la corrente potrebbe affievolirsi da un momento all’altro lasciandoci all’asciutto.
Il tempo non è né galantuomo né porta consiglio, sono solo detti popolari. Il tempo passa e se ne frega di noi. Siamo noi a dovergli dare la giusta importanza.
Ricordo che, circa due estati, fa parlando con un collega mi lamentavo del fatto che, nonostante le belle giornate estive più lunghe, tornando a casa mi sembrava che mi rimanesse poco tempo. Come se stesse chiedendo a qualcuno che si lamenta del buio del perché non accendesse la luce, quasi banalmente mi domandò perché non riducessi la pausa pranzo, in questo modo sarei potuto uscire prima ed avrei avuto più tempo a fine giornata. Lì per lì mi sembrò una soluzione quasi impraticabile. Pensai: “Ridurre la pausa pranzo? Uscire prima? Ma non lo fa quasi nessuno”.
Da quella chiacchierata passarono giorni, settimane e mesi prima che poi, effettivamente, accendessi quella luce contro Il buio del quale mi lamentavo senza fare niente e seguissi quel consiglio.
Il tempo delle vacanze ha una magia unica. Se durante quei giorni, di solito, lasciamo gli orologi nei cassetti, visto che per il resto dell’anno questo non è possibile, dovremmo almeno cercare di renderli più “molli” e meno rigidi del solito.

mercoledì 28 giugno 2017

I bambini, i nuovi principini.

Nel tempo della post-verità, grazie a docenti d’eccellenza come i nostri politici, siamo diventati bravissimi a distorcere le parole ed i loro significati alle nostre esigenze. L’obiettivo, ovviamente, è quello di dipingere una realtà sempre più rosea di quella vera. 
Non sfuggono a questi ragionamenti neanche i genitori ed i nonni.
Così, un “bambino maleducato”, diventa un “bambino sveglio”,un bambino “che risponde” è un bambino che “ha dialettica”, un bambino “che fa i capricci per ottenere quello che vuole“ è un bambino che “ha carattere” e così via.
L’inadeguatezza di gestire situazioni difficili viene mascherata ai nostri occhi e, soprattutto, a quelli degli altri in una sorta di autoconvincimento.
Di solito questa farsa funziona fino a che la cerchia rimane ristretta, per quieto vivere di amici e parenti più o meno compiacenti. Tutto si infrange non appena, volenti o nolenti, il perimetro di frequentazioni si allarga ed il primo evento è, senza dubbio, l’ingresso nel mondo della scuola.
I bambini si trovano di fronte adulti che non avranno scuse per qualsiasi loro azione, che li metteranno davanti alla loro incapacità di gestire situazioni che possono causare frustrazione e rabbia o che richiedono il rispetto di regole, impegno e confronto con gli altri.  

Moderni principini, purtroppo nessuno farà come il Principe Siddharta che si arrabbia con la famiglia per avergli dipinto una realtà che non c’è e per non avergli fatto conoscere il vero mondo, preferiranno tornare ogni sera nel loro rifugio dorato dove avranno sempre incondizionate giustificazioni ai loro comportamenti.

giovedì 27 aprile 2017

"Cosa sarà?"


Mia figlia che rimane ad ogni fine allenamento ad aiutare a rimettere a posto palloni, birilli e materassini, quando per farle risistemare anche un solo gioco ci vuole una grande insistenza, mi ha fatto ricordare la bella canzone di Lucia Dalla "Cosa sarà".

Ci sono rapporti che non si possono spiegare a parole.
Sono frutto di alchimie che vanno al di là dell'impegno personale, della bravura o delle circostanze.
In questo i bambini avrebbero tanto da insegnarci. Sono molto più istintivi di noi. Non hanno ancora costruito barriere, non hanno imparato a fare i conti con una possibile convenienza o a programmare il futuro alla luce delle scelte del presente.
Forse è per questo che queste alchimie accadono di più quando siamo giovani. Adesso che siamo grandi dovremmo cercare di chiederci, per tentare di ricordare la sensazione, non "cosa sarà" ma "cos'era" che "ci fa lasciare la bicicletta sul muro e camminare la sera con un amico a parla del futuro."

martedì 18 aprile 2017

Non c’è sempre un modo facile

Bisogna essere sinceri con i nostri figli, e anche con noi stessi: non c’è sempre un modo facile per fare le cose
In molti casi quello che vogliamo, o dobbiamo fare, implica fatica ed impegno. Lo dico, in primis a me stesso. 
Qualche sera fa mia figlia doveva imparare una breve filastrocca a memoria, il suo primo vero compito a casa. Non c’è un modo veloce e semplice per imparare qualcosa a memoria se non ripeterlo tante volte. Alla prima, ma neanche alla seconda, nessuno dotato di normali capacità mnemoniche riesce ad imparare qualcosa a memoria. Quella fatica lì, nessuno te la può togliere.
Lo stesso vale, ahimé, anche per le cose apparentemente molto più divertenti. E’ bello fare la ruota o la verticale al parco? Neanche questo viene subito la prima volta.
Sono convinto che dovremmo cercare di spiegare questo. Capendo, noi per primi, che la fatica è anche la nostra. Molto spesso siamo noi a non voler fare fatica, ad esempio seguendoli mentre imparano qualcosa di nuovo, gestendo le loro bizze e la loro iniziale frustrazione derivante dal provare qualcosa di nuovo.
E ci sono cose che, probabilmente, non saranno mai divertenti ma che vanno fatte. Come mettere in ordine la propria stanza.
Mi spiace per Mary Poppins, alla quale mi lega un grande affetto, ma alcune volte non c’è lo zucchero, o è veramente poco, che faccia andare giù la pillola, ma quella medicina va presa. 
E a Mary posso assicurare, visto che mia figlia ha provato veramente, che per mettere in ordine i propri giochi e vestiti schioccare le dita non produce alcun effetto.

martedì 11 aprile 2017

Ligabue per mia figlia

Ricordo la prima volta che ascoltai Ligabue. Era “Lambrusco e popcorn”, una delle sue prime canzone, attraverso un registratore che un mio amico teneva sotto il sedile del passeggero di una vecchia seicento. La radio in auto sembrava ancora fantascienza e così si ora organizzato per ascoltare il suo cantante preferito durante il tragitto verso una festa di compleanno. Io lo conobbi così e poi avrebbe accompagnato gli anni a venire facendo da colonna sonora alle tante stagioni che seguirono.
Anche oggi lo ascolto volentieri e quando in radio passano una sua canzone mi fermo ad ascoltarla ed a cantarla. Rispetto a tanti anni fa, adesso molto spesso sono in compagnia di mia figlia che necessariamente segue i miei gusti musicali. Qualche volta, però, nel testo ci sono delle parolacce. Visto che a scuola mia figlia è nel periodo della scoperta delle parolacce, ed io le faccio “una testa così” nel ripeterle che non si dicono, quando succede di sentirle mi guarda come per dire “Senti!?!”
Così nella canzone “E' venerdì” abbiamo aggiustato il testo per renderlo più adatto ad una seienne e che quel “è venerdì, non mi rompete i c....oni” è diventato “è venerdì, non mi rompete le scatole.”
Non so cosa ne pensi Ligabue, sicuramente è meno rock del testo originale. Spero che almeno gli farà piacere sapere che sta crescendo una sua fan.
Qualche sera fa scendendo dall'auto dopo aver sentito proprio quella canzone mia figlia, riferendosi al Liga, mi chiede: “Ma secondo te quando dice le parolacce si vergogna?” e poi aggiunge “Intendo quando è sopra al palco di fronte a tutta quella gente.”

giovedì 6 aprile 2017

Il compromesso (tacito) del dialogo con i figli

Mi piace molto vedere crescere mia figlia, poter parlare con lei, affrontare i primi ragionamenti su argomenti da grandi. Su come va il mondo, sulla vita, sui comportamenti delle persone.
Sono contento di questo scambio di vedute, che cerco sempre di spostare il piano del ragionamento. Non “E’ così” o “Si fa così!” ma partendo da un ragionamento, almeno quello che è il mio, per arrivare a delle conclusioni. E’ sempre, per fortuna, uno scambio di vedute. Per quanto piccola, arricchisce quello che cerco di spiegarle, mi incalza con domande quando non sono chiaro o quando non capisce.

Succede spesso, poi, che durante momenti particolari della giornata, prima di andare a dormire, a tavola o mentre la accompagno a scuola, si lasci andare raccontandomi cosa le succede a scuola, come si comportano lei ed i suoi amici, quello che dici e quello che fa. E’ un bel momento perché mi apre una piccola finestra sul suo mondo al quale, altrimenti, non avrei accesso e sul quale non potrei avere parola. Non sono sempre racconti nei quali lei si comporta bene. Quando succede, me li racconta con la consapevolezza di non essere interamente dalla parte della ragione. Magari non si è comportata bene con una compagna di scuola, ha disobbedito alle maestre o ha fatto qualcosa di nascosto.
Penso che in questi momenti di confidenza ci sia una sorta di “compromesso tacito”. Quello di cui hanno bisogno in quel momento sono i nostri riscontri, non i nostri giudizi o le nostre punizioni. Non credo né nel “genitore compagno/amico”, che diventa complice delle marachelle del figlio, né nel “genitore confessore”, che ascolta ed assolve per qualsiasi cosa, né nel “genitore giudice” che individua il reato e stabilisce una punizione.
Secondo me, in tutti i casi verremmo meno al nostro ruolo di genitori, in più, nel secondo, azzereremmo qualsiasi altra possibilità di dialogo in futuro.

martedì 7 marzo 2017

Quante volte ascoltiamo una domanda e pensiamo già di aver capito tutto?

Questa mattina in auto verso la scuola con la radio accesa ci è toccata per l'ennesima volta Occidentali's karma, ormai un vero e proprio tormentone.
Siamo in città, andiamo piano. Incrociando altre auto riusciamo a vedere le diverse persone che sono sedute dentro. Mia figlia mi chiede: "Perché le altre macchine non hanno la musica?"
Io mi stupisco della domanda e le rispondo: 
"Certo che hanno la musica anche loro! Solo che non possiamo sentire la musica delle altre auto." E mi volto per un secondo come per dire "ma che domande fai?"
Lei non si scompone e mi spiega, con la stessa mia espressione di dire una cosa ovvia:
"Sì, lo so. Ma non cantano..."
Effettivamente abbiamo incrociato sempre persone imperturbabili sedute in auto, da sole o in compagnia.
Il suo ragionamento non faceva una piega.
Allora mi sono chiesto quale impressione diamo noi, visti nella nostra auto, che, di solito, cerchiamo alla radio le canzoni che ci piacciono per poi cantarle.
Non ho trovata altra spiegazione che dirle:
"Magari la radio ce l'hanno ma la tengono spenta."

giovedì 2 marzo 2017

Non sono solo canzonette.


Mi piace accompagnare mia figlia a scuola la mattina. Nel tragitto in auto, di solito, mi racconta qualcosa, parliamo o ascoltiamo la radio, o tutti queste cose insieme.
Qualche mattina fa passavano alla radio questa canzone. L'abbiamo un po' canticchiata, anzi anche un po' urlata. Quando è finita ho colto l'occasione che mi dava il ritornello per chiederle cosa significava secondo lei "farsi bella per sé".

Per me non ci sono temi troppo difficili da trattare con i bambini perché, ricondotte alla loro realtà ed alle loro esperienze, provano le stesse sensazioni di noi adulti.
Beh, quello che ci siamo detti rimane, ovviamente, tra le quattro portiere della nostra auto.

martedì 24 gennaio 2017

Le trecce sono le peggiori nemiche dei papà

Tra tutte le attività di cura di una figlia, dal cambio pannolino, al bagnetto, passando per biberon, pappe e  nanna, per le quali sono convinto che un papà possa, se vuole, essere bravo quanto una mamma, ce n’è una che veramente può metterci seriamente in difficoltà: fare una treccia.
E’ un passaggio obbligatorio per chi ha una figlia. E di solito deve essere fatta in tempi stretti, prima di uscire di casa per andare a scuola, quando di solito si hanno i minuti, se non i secondi, contati.
Sei lì. Guardi la testa di tua figlia, e vorresti quasi avere di fronte un marine che si pettina con il rasoio, ma non è così.
Ti guardi le mani, vedi il pollice opponibile. Migliaia di anni di evoluzione che sono serviti per scheggiare pietre, fare utensili, accendere il fuoco. Per un attimo, fare una treccia ti sembra una delle cose più banali.
Fai due conti veloci. Hai due mani, le ciocche di capelli sono tre. Ci deve essere un errore da qualche parte. Sembra uno dei tanti rompicapi che girano in rete. La butti sulla matematica. Hai 2 mani e devi intrecciare 3 ciocche? Poi hai un’illuminazione, come quando a scuola capivi quale era la soluzione di un problema. In realtà hai 5 dita per mano. Quindi sarebbe un 10 contro 3. Si può fare. Ti sembra di “vincere facile”.
Però l’occhio ti cade su spazzola e gommino. In realtà dovresti trovare il modo di pettinare le ciocche prima di iniziare a intrecciarle. E, qui, inizi a scendere inevitabilmente nel  baratro della depressione. 
Perché, per quanto tu possa impegnarti, per quanto tempo tu possa avere a disposizione, anche ad un occhio distratto quella apparirà una treccia fatta da un papà.