giovedì 17 dicembre 2015

La colpa morì fanciulla

Recentemente mia figlia ha riscoperto il suo carillon con luci che cambiano colore che da piccola le mettevamo vicino alla culla al momento della nanna. Le è piaciuto così tanto che adesso vuole tenerlo accanto al lettino.
Qualche sera fa ci stava giocando, in un modo un po’ improprio, tirandolo sul parquet della cameretta. L’ho avvertita di non farlo perché poteva rompersi. Lei ha continuato e, dopo l’ennesimo lancio, di colpo ha smesso di suonare e fare le luci colorate. Delusissima mi ha guardato imbronciata. Visto che il mio sguardo non lasciava dubbi su quello che stavo pensando, ha iniziato giurare e spergiurare: “Non è colpa mia!!!
“Come non è colpa tua?” le ho chiesto. “Chi è che lo stava lanciando nonostante avessi detto che si sarebbe rotto.”
“No, non è colpa mia!!!” sosteneva in modo così sicuro senza alcun tentennamento che avrebbe convinto qualsiasi giuria di un tribunale.
Io non cedevo dalla mia posizione. Così è arrivato d’improvviso il suo colpo di genio.
Non è colpa mia, è stato il mio cervello a dirmelo!!!

C’è un modo di dire toscano che usava spesso mia nonna:
La colpa morì fanciulla, perché nessuno la voleva.
Quanta verità in poche parole…      

giovedì 10 dicembre 2015

Il mia favola “Antonella vuole diventare bella” in versione flip-book

La mia favola “Antonella vuole diventare bella” esce in versione flip-box sfogliabile su tablet e smartphone, disponibile gratuitamente attraverso questo link.
 
Sulla bellezza spiegata ai bambini, vi suggerisco la lettura del mio post scritto per il portale mamme.it "Spiegare a mia figlia di cinque anni cosa significa essere bella"
 
E, come dico sempre, se ci fosse qualche editore con una vena di follia… 

giovedì 3 dicembre 2015

Mia figlia e le spiegazioni della cacca (per non parlar di chef stellati e di Elio e le Storie tese)


"Luca Cava" a San Gusmé (SI)
Qualche sera fa, a cena, stavamo cercando di elogiare le proprietà delle verdure a mia figlia, ultimamente refrattaria al colore verde.
“Le verdure ti fanno crescere, ti danno energia, ti forniscono la forza per fare tutti gli esercizi di ginnastica… eccetera, eccetera…”
Mia figlia rimaneva poco convinta e, in silenzio, sembrava rimuginare qualcosa. Probabilmente non le tornava il ragionamento sull’importanza di quello che mangiamo. Quasi potevo sentire le rotelline degli ingranaggi nella sua testa.
Al termine di qualche sua riflessione interiore volle condividere con noi il risultato:
Ma poi diventa tutto cacca!
Come spesso accade avendo a che fare con i bambini, soffocai la risata spontanea, e cercai di dare una spiegazione al suo ragionamento che, tra l’altro, filava. 
Così, come in una puntata di Quark, abbiamo cercato di spiegarle che, quando mangiamo qualcosa, una parte serve per il nostro benessere e un’altra parte viene gettata. E’ la stessa operazione che facciamo quando sbucciamo una banana, buttiamo la buccia e mangiamo il contenuto.  
Sorridevo dentro di me pensando a tutte le elucubrazioni degli chef stellati, che vanno tanto di moda in questi anni, che dissertano e si accapigliano sul giusto equilibrio dei sapori, sulla sapidità di un piatto, sul retrogusto di una portata che richiama e libera decine di odori e sapori o li soffoca, sul perfetto grado di cottura e di panatura. Meglio non ricordare loro che tutto è destinato a fare quella fine.
E poi, i miei anni di gioventù hanno riportato alla mia mente la famosa canzone di Elio e le Storie Tese che parla di “un dirigibile marrone senza elica e motore dentro di me”…

lunedì 30 novembre 2015

Dacia Maraini e Pinocchio, ovvero il bello di leggere le favole originali


Stavo leggendo l’ultimo libro di Dacia Maraini “La bambina e il sognatore” che vede come protagonista un padre che ha perso da poco la figlia a causa di una malattia e che si avventura caparbiamente nella ricerca di una bambina scomparsa dalla sua città.
Nel racconto c’è un richiamo alla favola di Pinocchio per una sua interpretazione della paternità. Nell’analisi della scrittrice mi ha colpito, però, il riferimento alla balena come elemento fondamentale della maternità. Infatti si legge che "[...] ventre di balena, ovvero dentro il ventre di una donna, lì dove nascono i figli veri. [...]"
Da toscano, non posso non rilevare una grossa inesattezza. In realtà la favola originale di Pinocchio scritta da Carlo Collodi non parla mai di una “balena” ma bensì di un “pescecane”. E’ nella pancia del pescecane che finisce Pinocchio dove il burattino ritrova il suo amato babbo. La balena è introdotta nella rivisitazione che ne fa Walt Disney nel suo famoso film di animazione di qualche anno fa.
Mi spiace che una riflessione interessante su una favola si basi su elementi non originali. In realtà, secondo me, l'elemento materno è la fata turchina che, alla fine della storia, trasforma il burattino in un bambino vero.   
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa la scrittrice...

martedì 24 novembre 2015

Il congedo di paternità, la mia esperienza e le mie riflessioni #congedopaternità #congedoparentale


Con il congedo obbligatorio di paternità di 15 giorni, al momento in discussione in Parlamento, il nostro Paese potrebbe fare un piccolo passo dal grande valore che lo avvierebbe nel percorso verso le parti opportunità, il bilanciamento dei carichi familiari tra uomini e donne, e la diminuzione delle disparità di genere sul lavoro. Ho sempre pensato, infatti, che favorire la partecipazione alla vita familiare degli uomini sia uno degli elementi fondamentali per consentire, allo stesso tempo, di agevolare la presenza, e la permanenza, delle  donne nel mondo del lavoro.
Tra l’altro c’è un nuovo elemento da non sottovalutare, sono gli uomini, se non tutti ma tanti, che lo chiedono anche se i dati dimostrano che adesso gli strumenti a disposizione dei padri per il congedo parentale sono poco utilizzati. Un'apparente contraddizione che può essere spiegata dalle attuali caratteristiche del congedo parentale.

Quali sono gli elementi che possono favorire una maggiore partecipazione dei papà?

Il primo è sicuramente l’obbligatorietà del congedo di paternità. L’obbligatorietà è necessaria quando c’è da difendere chi si trova in una posizione di debolezza e consente di non essere discriminato. L’esempio principale sono le donne che negli ultimi mesi di gravidanza e dopo il parto hanno un periodo “protetto” a garanzia della salute, loro e di quella del bambino. Per i papà, l'obbligatorietà potrebbe servire per rompere quella tradizione secolare nel nostro Paese per la quale le aziende e la società li vedono dedicarsi essenzialmente al lavoro.
I 15 giorni obbligatori per i papà permetterebbero di non subire condizionamenti lavorativi e consentirebbero, fin dalla nascita, di essere di supporto alle proprie compagne e di avviare sin da subito il proprio rapporto con i figli.
Personalmente, avevo 3 giorni previsti dal mio contratto lavorativo in caso di nascita di un figlio. Molto utili ma giusto per il tempo dell’ospedale. A questi ho aggiunto due settimane di ferie, già pianificate per il periodo di fine gravidanza. Molti dei padri che conosco hanno usato questo metodo: dedicare parte delle ferie per il periodo post parto. Probabilmente questo elemento sfugge agli studi sull’uso degli strumenti a disposizione dei padri.

Per quanto riguarda il congedo parentale, per favorirne l’utilizzo da parte dei padri è necessario che questo sia esclusivo e retribuito.
L’esclusività del periodo, che non può essere utilizzato dalle madri, è un incentivo per i papà, e in generale per la famiglia, perché altrimenti andrebbe perduto.  
Il vero elemento cruciale è determinato, però, dal livello di retribuzione garantito. Credo che in tutte le famiglie si faccia il conto per capire per chi sia più conveniente prolungare il congedo. Considerando che, generalmente, la retribuzione delle madri è più bassa di quella dei padri, molto spesso si sceglie che rimanga a casa la mamma.   

Un ultimo elemento è la flessibilità del congedo, dato ad esempio dal part-time, che permetterebbe ai papà e alle mamme di mantenere un legame con il proprio lavoro. Personalmente trovo questo elemento molto interessante, ad esempio io mi sono occupato dell’inserimento al nido, che non richiedeva il mio impegno per tutta la giornata, attraverso dei permessi ad ore retribuiti, anche se non specifici per i figli. La flessibilità potrebbe essere utilizzata sia per unire il coinvolgimento di entrambi i genitori, in momenti diversi della giornata, che combinando la presenza a casa dei papà con l'uso di strutture dedicate all'infanzia, esempio unendo nido e congedo a metà giornata.

giovedì 19 novembre 2015

Il terrorismo è la guerra per i popoli lontani dai conflitti ufficiali

Le guerre non le decidono i popoli ma chi li governa.
Ci sono due modi attraverso i quali la guerra può entrare nelle nostre vite.
Il primo è quello classico ed è vivere sotto i bombardamenti e l’Europa l’ha vissuto nel novecento.  
Oggi i popoli dei governi che decidono le guerre contro altri Paesi, più o meno lontani, ne sentono solo gli echi, attraverso foto e filmati trasmessi in tv o su internet. Si schierano da una o dall’altra parte ma non ne sono coinvolti direttamente, non entrano nel merito delle decisioni, non fanno sentire la loro voce perché la sentono come qualcosa che non li tocca direttamente.
Ricordo da ragazzo le mie prime immagini di guerra in diretta tv, era la cosiddetta “guerra del Golfo” che mandava in pezzi la nostra innocenza televisiva di quegli anni. Da allora sarebbe cambiato tutto e avremmo fatto l’abitudine a cenare avendo di fronte scene di bombardamenti, carri armati, morte e distruzione da qualsiasi parte del mondo.   
Ma c’è anche un secondo modo, uno nuovo, per far entrare la guerra nelle nostre vite lontane dai conflitti veri e propri: il terrorismo.
Non servono giri di parole, il terrorismo è la guerra. E’ la versione della guerra per i popoli che sono lontani dai bombardamenti ufficiali.
Credo che sia proprio arrivato il momento, adesso che i popoli dei governi che decidono di fare la guerra sono coinvolti direttamente, di iniziare a ripensare alle decisioni prese, ad approfondire le motivazioni e le modalità.  
E’ sempre stato così, e la storia lo dimostra.
Basta pensare al grande movimento pacifista americano contro la Guerra del Vietnam, mosso, tra le altre cose, dall’obbligatorietà del servizio militare a causa della quale le famiglie vedevano andare a morire dall’altra parte del mondo i propri padri, figli, amici e fratelli. E’ bastato far diventare l’esercito una professione vera e propria per farci disinteressare di quello che non ci può toccare direttamente la vita. 
Almeno fino ad adesso.

martedì 10 novembre 2015

Quando è il caso di ringraziare i genitori degli altri bambini…


Volevo ringraziare la mamma che ad ogni compleanno ci aggiorna sulle volte che la sua bambina le racconta quando nostra figlia viene messa in punizione dalle maestre dell’asilo.
Volevo ringraziarla perché ci fornisce notizie, ancorché di seconda mano (o manina visto che si parla di bambini), che non ci arrivano né da mia figlia, in quanto diretta interessata, né dalle maestre. Le sono così tanto grato che sto pensando di farle andare in classe insieme dalle elementari all’università così potrò essere certo di sapere se mia figlia prenderà un’insufficienza, se salterà un giorno la scuola e se falsificherà una giustificazione.  
Volevo ringraziarla perché utilizza parte del suo tempo e della sua memoria per essere aggiornata e poterci rendicontare prontamente alla prima occasione utile. Mi immagino il dialogo “Mamma, mi leggi un libro?” “Sì, però più tardi, adesso aspetta. Dimmi un po’ chi si è comportato male all’asilo?”
Volevo ringraziarla perché, nonostante le brutte notizie che è costretta a portarci, cerca anche di non farci demoralizzare. Ha detto anche “Migliorerà…”. Ci ha permesso di tenere acceso quel lume della speranza che ci scalda il cuore. Anche perché, passare da non seguire le regole all’asilo a non rispettare la legge è un attimo. Non dicono tutti i genitori “Mi sembra ieri che mia figlia era piccola”.
Volevo ringraziarla perché, si sa, i compleanni dei bambini sono sempre un po’ noiosi per i genitori e avere argomenti sempre nuovi e attuali mi dà quell’entusiasmo necessario per affrontare i successivi. Perché parlare dell’ultimo libro letto, di un film che sta per uscire, della situazione del nostro Paese e del Mondo? Dimenticavo lo slogan: pensa locale! E più locale di un asilo comunale non c’è.
Volevo ringraziarla perché vedo che si sforza nel fare espressioni di circostanza con fronte corrugata, occhi stretti e tono di voce adeguato. Ha la mia riconoscenza, apprezzo l’impegno, e, se necessario, anche il mio voto ma, onestà per onestà, non vincerà mai un Oscar come migliore interpretazione, protagonista o non.
Volevo ringraziarla perché mi ha aperto gli occhi nei confronti di mia figlia, non avrei mai e poi mai pensato che lei, con i suoi cinque anni e le sue treccine, potesse farsi mettere in punizione dalla maestra per non aver seguito una regola, per essersi distratta o per aver parlato con un’amichetta mentre le leggevano una storia. Un disonore per me e per la sua mamma che di certo non meritiamo.  
Volevo ringraziarla perché quando accade che mia figlia mi racconti di questo o quel compagno che non si comporta bene io le dico che capita a tutti, di non stare a guardare gli altri e di pensare a seguire lei le regole. Ma, mi rendo conto solo adesso, è proprio questo che fa andare male l’Italia, gente che si volta dall’altra parte.       
Volevo ringraziarla perché questo suo interessamento dimostra una grande attenzione nei confronti della crescita di mia figlia, che in un momento storico in cui si parla di una società fortemente individualista è difficile trovare. Tanto che io stesso devo fare autocritica e ho deciso che da domani inizierò ad indagare sui bambini del vicinato per dare informazioni preziosissime ai loro genitori.
Ma soprattutto…
volevo ringraziarla perché, guardandola e sentendola, mi permette di tenere sempre a mente, nel caso ce ne fosse bisogno, come non voglio e non vorrò mai comportarmi.        

martedì 3 novembre 2015

Chi ha paura della caduta degli stereotipi di genere? #controglistereotipi #noaglistereotipi

La prima volta che ho incontrato la parola "gender" è stato anni fa leggendo alcuni studi europei e del resto del mondo per la riduzione delle disuguaglianze di genere, ovvero delle disparità esistenti in diversi campi tra uomini e donne (es. gender inequality index).
Così quando recentemente la parola è entrata nel dibattito italiano per il cosiddetto movimento "no gender" mi è sembrato veramente strano che si usasse una parola utilizza per analizzare le disuguaglianze proprio per favorire gli stereotipi. Mi è venuto in mente il "Ministero della Pace" che si occupa della guerra nel libro 1984 di Orwell.
Secondo il movimento "no gender" bisogna insegnare ai bambini che c'è una netta separazione tra i sessi. Il sesso è chiaro, i maschietti hanno il pisellino e le femminucce hanno la passerotta. Il genere, invece, è la rappresentazione esteriore della propria sessualità, non è chiaro a priori e, quindi, pericoloso. Ad esempio una ragazza con i capelli corti e i vestiti larghi stile rap potrebbe essere scambiata distrattamente per un ragazzo.
E' facile capire che la rappresentazione di quello che voglia dire essere un uomo o una donna dipende dalle convenzioni sociali e dalle proprie convinzioni personali. Dov'è scritto che una donna debba portare la gonna e un uomo i pantaloni, che una donna debba occuparsi della casa e un uomo del lavoro, che una donna possa truccarsi gli occhi e mettersi le smalto alle unghie e un uomo no, che i supereroi piacciano ai bambini e le principesse alle bambine, che i bambini debbano imparare a giocare a calcio e le bambine a danzare in tutù?
Ultimamente sento parlare di libri per bambini da vietare, di una lista nera di letture, e mi preoccupo molto perché la storia ci insegna che "bruciare i libri", anche se solo metaforicamente, non porta niente di buono.
Visto che ho una bambina di cinque anni, ho voluto approfondire e ho letto alcuni dei libri accusati di deviare i nostri figli. Non c'è niente di scandaloso, anzi, ho trovato la volontà di abbattere gli stereotipi che i nostri figli si trovano ad affrontare quotidianamente.
Una principessa, per essere veramente una donna, deve essere debole e farsi salvare e proteggere da un uomo con l'armatura e la spada?
A chi fa comodo mantenere questi sterotipi?
Il mantenimento degli stereotipi serve come controllo. Cosa potrebbe succede se iniziassimo a pensare con la nostra testa ed a mettere in discussione delle regole sociali che, in quanto tali, non sono leggi immutabili nel tempo ma, al contrario, possono modificarsi con l'evolversi della società?
Anziché pensare che la realizzazione di una persona passi necessariamente attraverso la possibilità di seguire e assecondare le proprie inclinazioni e caratteristiche, qualcuno vorrebbe cercare di omologarci sin dalla più tenera età.
Personalmente cercherò di far interrogare mia figlia su quali siano i suoi veri interessi, le sue caratteristiche e i suoi talenti affinché possa esprimere liberamente la propria personalità al di là dei condizionamenti più o meno forti che dovrà subire e ai quali tutti noi siamo sottoposti.
Così, quando afferma con grande sicurezza, come se  stesse dichiarando una verità assoluta, che quello è "da maschi" o "da femmine", perché magari l'ha sentito dire all'asilo, io le pongo sempre la stessa domanda: "Ma a te piace?" 

martedì 27 ottobre 2015

Le apparenti contraddizioni del mondo degli adulti agli occhi di un bambino.

Qualche sera fa, dopo la lettura della buonanotte nel lettone, per mia figlia era arrivata, come di consueto, l'ora di andare a dormire nel suo lettino.
Un po' refrattaria a questo trasferimento di stanza, come se stesse dando voce a un ragionamento che covava dentro alla sua testa chissà da quanto tempo, ci ha sorpresi con una domanda: 
Perché, se devo dormire da sola perché sono grande, voi due che siete grandi dormite insieme?”
Noi ci siamo guardati sforzandoci di non ridere visto che l'acutezza dell'osservazione meritava tutto il nostro rispetto.
Anche perché, apparentemente, il suo ragionamento filava e sembrava una di quelle contraddizioni del mondo degli adulti per regole che valgono solo per i bambini.
In realtà un papà e una mamma possono dormire insieme proprio perché prima hanno imparato a non aver paura di dormire da soli.
Ma a quell'ora qualsiasi spiegazione è insoddisfacente. Non che mia figlia sia mai stata un'amante del lettone ma, si sa, è sempre una grande tentazione potersi addormentare tra mamma e babbo.

C'è chi dice che non si deve mai andare a dormire dopo aver litigato senza un chiarimento. Aggiungo una nuova regola: mai andare a dormire dopo che ci hanno fatto una domanda senza dare risposta o una spiegazione, specialmente ai nostri figli.

mercoledì 21 ottobre 2015

“Le incomprensioni sono così strane, sarebbe meglio evitarle sempre”

Qualche giorno fa sono andato a prendere mia figlia all’asilo. Non la vedevo dalla mattina, lei dalla sera prima perché quando sono uscito stava ancora dormendo.
Mi immagino già il suo sorriso, che quel dentino mancante rende ancora più simpatico.
Quando arrivo, c’è sempre un suo compagno che mi vede prima e la chiama per avvertirla “C’è il tuo babbo…” Così lei mi aspetta davanti alla porta con in mano il suo zainetto e il giacchetto.
Usciamo in allegria, scherziamo camminando e ci dirigiamo verso l’auto parcheggiata a pochi metri.
In quei pochi metri, però, c’è la distrazione, o dovrei dire tentazione, di un alcuni grandi sassi da saltare. Messi lì per evitare che qualcuno parcheggi sul prato. Vuole farlo a tutti i costi, nonostante sia pericoloso. Inutile dirle di no, prima spiegandole il motivo e dopo vietandoglielo perentoriamente.
Così discutiamo, io mi arrabbio, lei si arrabbia e piange. La discussione continua in auto e finisce a casa, in punizione in sala.
Mi chiedo come sia stato possibile mandare in frantumi quella bella atmosfera iniziale. Quella voglia di entrambi di stare insieme dopo una parte importante della giornata ormai passata, io al lavoro e lei all’asilo. Mi dispiace davvero.

Quando accadono queste cose sono proprio contento di poter vivere insieme la quotidianità. Quella quotidianità che ci permette di essere quello che siamo ogni momento. Quella quotidianità che ci consente di comportarci in coerenza con quello che sentiamo, di esprimerci liberamente. Perché, se ci arrabbiamo, possiamo far pace la sera prima di andare a letto. Perché, se ci arrabbiamo, possiamo mandare all’aria quello di bello che avevamo organizzare per quel giorno, tanto lo potremo fare il giorno successivo.
Quello quotidianità che benedico per questo, difendendola con le unghie e con i denti.
Perché, si sa, le incomprensioni sono così strane e sarebbe meglio evitarle sempre ma ce le possiamo anche permettere se sappiamo di avere il tempo per chiarirci dopo.

giovedì 15 ottobre 2015

E’ assurdo farsi organizzare la giornata da bambini di quattro o cinque anni



Succedeva anche l’anno scorso quando andavo a prendere mia figlia all'asilo e, ovviamente, anche quest’anno.

Mi viene incontro insieme a uno o più suoi compagni e lei o gli altri mi mettono a conoscenza dei loro piani per il resto della giornata.
“Adesso lei viene a casa nostra”, “Adesso veniamo a casa tua a giocare”, “Io e D. andiamo al parco.”, “Io vado in auto con C.”
Con la conseguenza di musi lunghi, pianti, bizze e tutto quello che prevede il repertorio bambinesco.
Addirittura, una volta, rispondendo a un’amichetta di mia figlia, che mi informava della loro decisione di andare non so dove, che dovevamo andare a fare la spesa, la bambina, di appena cinque anni, mi rispose sbuffando: “Uffa, ma sempre a fare la spesa.”

Sappi, cara bambina che finché ti siederai a tavola trovando già tutto pronto, e non sarai in grado di cucinare un pasto completo senza rischiare di ustionarti o dare fuoco alla casa, finché chiamerai al bagno, urlando “Ho fatto!!!”, dopo aver fatto la cacca, finché non vorrai spegnere la luce quando ti addormenti perché hai paura del buio, finché qualcuno dovrà asciugarti i capelli dopo la doccia, finché crederai che qualcuno di fatato si interessa veramente a un tuo dentino caduto, e altre decine di “finché” che ti risparmio…  beh, sappi che fino a quel giorno non ti permetterò di organizzare le mie giornate. Anche perché, dopotutto, le mie giornate sono già scandite dal tuo asilo, dalle tue feste di compleanno dei tuoi amichetti, dalle tue attività extra asilo, dalle uscite al parco, eccetera eccetera.
In un nano secondo mi hanno attraversato la mente tutti questi pensieri che si sono tradotti all’esterno solo attraverso un mezzo sorriso, direi più un ghigno, nei confronti della bambina.

Così quando arriviamo a casa cerco di spiegare a mia figlia che c’è la regola che “Non si prendono impegni tra bambini senza che prima ne abbiano parlato le mamme e i papà.
Mi piacerebbe molto che lo facessero anche gli altri genitori.     

sabato 3 ottobre 2015

Le metafore e i bambini


Un paio di mattine fa, mentre stava facendo colazione prima di andare all’asilo, mia figlia si è voltata e d’improvviso mi ha chiesto:
“E’ vero che abbiamo il circo nella pancia?”
Dopo aver controllato che non avesse aggiunto di nascosto alcolici alla spremuta d’arancia, ho pensato di aver capito male la domanda visto che aveva parlato avendo la bocca piena di biscotti. Così le ho chiesto di ripetermi la domanda che è arrivata esattamente uguale a quella di prima. L’unica differenza è che la seconda volta non era accompagnata da sputacchietti di briciole.
“Abbiamo il circo nella pancia?” ho chiesto ancora.
Poi d’improvviso, probabilmente mentre io cercavo di prendere tempo il mio cervello lavorava in modalità pilota automatico per cercare una spiegazione a una domanda tanto assurda, ho capito. E le ho anche risposto, iniziando una conversazione che agli occhi di un esterno avrebbe garantito ad entrambi il ricovero.
“Il circo nella pancia significa che è qualcosa che tu senti dentro. Che fa parte di te, che ti piace. E’ come quando diciamo che le persone sono dentro al nostro cuore, significa che vuoi loro bene.”
Contenta di questa spiegazione, che la convinceva, ha continuato la sua colazione.
Pfff… per questa volta è andata bene. A riprova del fatto che chi ha figli ha il cervello molto ma molto allenato.

Devo ringraziare il simpatico leone Alex, protagonista di “Madagascar 3 - Ricercati in Europa”, che in un suo memorabile discorso motivazionale agli animali del circo usa proprio quella metafora che, tra l’altro, alcuni animali non capiscono e si frugano nei vestiti.

Il mistero che rimane è perché mia figlia quella mattina, prima di andare all’asilo, indossando il suo grembiulino, seduta di fronte a un tazza con il succo d’arancia e dei biscotti, abbia pensato a un film visto diverso tempo prima.

martedì 22 settembre 2015

Un racconto breve per parlare di #bullismo

Per trattare di un argomento che ci tocca direttamente non c’è niente di meglio che farlo con un racconto. 
Questo perché attraverso i personaggi e le situazioni della storia riusciamo meglio ad aprirci e, senza dichiararlo apertamente, a parlare di noi, delle nostre esperienze, dei nostri pensieri, delle nostre paure, delle nostre preoccupazioni e delle nostre speranze. 
Il racconto è quella maschera di cui parlava Oscar Wilde che ci permette di dire la verità.

Per questo che ho scritto questo racconto breve nella speranza che venga letto dai ragazzi e dalle ragazze e che possa favorire una discussione sul tema del bullismo
Perché è proprio del silenzio che si nutrono questi fenomeni.

Chi vuole leggerlo può trovarlo a questo link
Buona lettura! E se vi piace, fatelo girare...

venerdì 11 settembre 2015

Inquietanti presenze notturne in casa

Quando mia figlia è passata al lettino senza sbarre mi sono reso conto che da quel momento avrebbe acquistato una libertà di movimento completa nell'intero arco della giornata. La principale preoccupazione era legata al fatto di vedersela piombare nel lettone nel cuore della notte.
Mi raccontavano di incursioni notturne degne delle migliori unità speciali SWAT che vediamo nei film irrompere per liberare gli ostaggi. Nel nostro caso, l'obiettivo sarebbe stato, al contrario, quello di fare degli ostaggi, ovvero noi. In realtà la ricerca del lettone non è mai avvenuta in modo così irruente e, da questo punto di vista, l'abbandono delle sbarre non ha portato conseguenze gravi.

Il punto è un altro.
Può succedere che, in tarda serata, mentre sono a letto a leggere un libro con la sola luce del comodino accesa, abbassando leggermente il libro per cambiare pagina, veda mia figlia ferma sulla porta della nostra camera. Non mi ha chiamato prima, non ha fatto rumori per arrivare da noi. Praticamente si è materializzata alla porta. Il rischio è che mi prenda un colpo. Di solito mezza addormentata mi dice che le scappa la pipì.
Oppure, una di quelle rare mattine del fine settimane nelle quali si riesce a dormire più del solito, è capitato, aprendo gli occhi, di trovare mia figlia in piedi vicino al lettone. Altro colpo al cuore.
Forse ho visto troppi film horror ma, non si sa come mai, queste bambine con la frangetta e i capelli lunghi, che durante il giorno sembrano angioletti e giocano con le bambole, quando fa buio acquistano un vocione cavernoso e tentano di ucciderti o di portarti in un pozzo.

Qualche sera fa, come faccio sempre prima di andare a dormire, mi sono affacciato alla sua cameretta.
M'è preso un colpo. L'ho trovata seduta sul letto a gambe incrociate con le spalle rivolte verso la porta.
L'ho chiamata con un filo di voce senza ricevere risposta. Mi sono avvicinato piano piano. Stava dormendo. Cercando di non svegliarla l'ho distesa perché potesse continuare a dormire in una posizione decisamente più comoda.
Io sono tornato a letto. Mi sono detto che forse non avevo così sonno da spegnere la luce... meglio leggere un po'...

martedì 1 settembre 2015

Alla ricerca del tempo perduto dell'infanzia

Qualche settimana fa mi è capitato di leggere di una commedia musicale dal titolo “Le scale son di vetro” tratta da un’antica favola toscana. Quel titolo ha fatto suonare un campanello nella mia mente e mi sono ricordato che mia nonna, quando voleva dirci di fare le cose con calma, diceva spesso: “Vai piano che le scale son di vetro”.
Mi sono reso conto di essere cresciuto sentendo ogni tanto quelle parole ma senza che mia nonna accennasse mai a una favola o a un racconto. Col passare del tempo la mia memoria si è riempita di così tanti altri ricordi che ho scordato quel modo di dire. 
Il titolo di quello spettacolo è stato per me come il famoso biscotto "madeleine" de Alla ricerca del tempo perduto di Proust, mi ha fatto tornare alle orecchie suoni perduti della mia infanzia.
Ho fatto delle ricerche in Rete e ho trovato proprio quella favola, si tratta de “La brutta e la bella” che potrei definire una versione toscana della più famosa Cenerentola. Chi vuole leggerla può trovarla qui.
Abbiamo portato nostra figlia a vedere lo spettacolo, le è piaciuto moltissimo. Ne è rimasta entusiasta: la storia, i personaggi, la musica, i costumi e il trucco. Il musical si svolgeva all'interno della meravigliosa chiesa a cielo aperto di San Galgano, un contesto incantato che, sotto la luce di una splendida luna, aumentava la magia della favola.

Adesso, quando mia figlia ed io scendiamo le scale di casa, ci diciamo sorridendo “Piano, piano che le scale son di vetro.”  
Così, in un gioco incrociato di memorie e di tempo, io richiamo vecchi ricordi di un'infanzia passata mentre mia figlia costruisce i suoi per un futuro che verrà.

martedì 25 agosto 2015

Il linguaggio segreto tra genitori in presenza dei figli


Dopo una certa età di tua figlia ti rendi conto che se quando suonano alla porta ti scappa detto “Chi sarà? Quel rompip***e del vicino?” poi, alla prima occasione utile, lei dirà proprio a quel vicino: “Il mio babbo ha detto che sei un rompip***e.”
Magari lo dirà proprio mentre gli stai chiedendo di prestarti il suo tagliaerba o quando hai finito le uova e hai promesso ai tuoi ospiti di fare una torta per la serata. Lo farà con aria angelica, senza rendersi conto della gravità di quelle parole. Ma lo farà. Prima o poi. Puoi avere la mano più veloce del mondo ma non riuscirai mai a tapparle la bocca in tempo.
Si sa, i bambini dicono quello che passa loro per la mente e tendono a ripetere quello che hanno sentito dai loro genitori.

Ultimamente quando siamo a tavola, avendo di fronte mia moglie, mi trovo quasi a dover imparare gli ammiccamenti della briscola per raccontarle e commentare qualche avvenimento della giornata. Sembra il gioco Taboo, prima devi cercare di far capire la persona senza nominarla e poi puoi parlarne liberamente.
E non è sufficiente neanche parlare piano. Qualche sera fa avevo abbassato un attimo la voce e subito mia figlia mi ha chiesto: “Perché parli piano?”
E’ necessario uno sforzo di fantasia per i soprannomi, che non siano troppo evidenti, o per giri di parole. Alcune volte succede che ci rendiamo conto di parlare di due cose diverse. Dobbiamo affinare la tecnica.
Arriviamo anche a usare parole in inglese. Magari mia figlia imparasse la lingua le perdonerei anche di farmi fare qualche “incidente diplomatico”.

Avevamo scelto di non mettere la televisione in cucina per avere tempo protetto per parlare insieme a tavola, specialmente in inverno quando ci troviamo tutti insieme a cena dopo gran parte della giornata passata separatamente. Non avevo pensato a questa piccola controindicazione…

mercoledì 12 agosto 2015

L'emozione di un tramonto al mare


Mentre eravamo in vacanza la donna grande della famiglia ha avuto un’idea fantastica:
“Perché stasera non portiamo qualcosa da mangiare al mare e ceniamo in spiaggia aspettando il tramonto?”
Non so chi per primo, tra me e mia figlia, abbia detto “Sììì, daiii!”. Probabilmente all’unisono.
Dopo un pomeriggio di spiaggia affollata abbiamo visto andare via la gente piano piano. 
Noi continuavamo a sguazzare in acqua e a giocare a racchette sulla battigia mentre il sole calava e la luce diventava meno intensa.
Sono rimaste solo un altro paio di famiglie poco lontano da noi. I bambini scorrazzavano approfittando dello spazio disponibile in una spiaggia praticamente deserta, impensabile solo qualche ora prima. Pallonate tirate in piena libertà e con tutta la forza.      
Il tramonto è splendido, emozionante. Colori incredibili moltiplicati dai riflessi sul mare.
Con il sole che si spegneva nell’acqua ci siamo gustati in allegria una cena veloce di fronte a uno spettacolo che ha entusiasmato mia figlia.

sabato 8 agosto 2015

Quelle terribili minacce dei genitori che funzionano solo perché i bambini non sanno che sono irrealizzabili

In spiaggia sento continue minacce dei genitori per far uscire i bambini dall'acqua. Un classico. Dopo l'ennesimo “ultimo tuffo e arrivo”, che non è mai veramente l'ultimo, l'arma utilizzata è quella della prospettiva di un castigo imminente.
Esci, altrimenti poi non ti compro il gelato!” per chi punta sull'aspetto goloso.
Esci, altrimenti poi ti senti male” per chi punta sulla salute.
Esci, altrimenti poi vedrai” per chi vuole lasciare all'immaginazione dei figli.
I più disperati sfruttano la strategia del terrore e arrivano a usare minacce che suonano terribili solo perché i bambini non sanno che sarebbero irrealizzabili.
Esci, altrimenti torniamo subito a casa!”.
Mi immagino chi magari ha fatto più di cinque ore di auto, lasciando l'asfalto bollente della città, per arrivare in una località di mare per le sue sole due settimane di ferie estive.
Io li sento e rido sotto i baffi. Quasi quasi vado lì e spiffero la verità ai bambini.
Poi guardo mia figlia saltare a riva sulle onde, penso che tra poco dovrò dirle che è ora di venire ad asciugarsi e prevale su tutto la solidarietà tra genitori.