lunedì 30 dicembre 2013

La mia #cartolinadalnatale

Per la mia cartolina dal Natale 2013 ho pensato a un mix scegliendo tra le immagini dei giorni delle feste natalizie.
Per un mio spirito un po' irriverente non potevo non partire da un augurio, o così almeno l'ho interpretato io, per il nuovo Anno che mi ha fatto l'orso dello zoo che siamo andati a visitare mostrandoci solo il suo lato B. Giro anche a voi, l'augurio di un nuovo anno all'insegna della “fortuna”.
C'è l'immagine del vero Evento, con la “e” maiuscola, che abbiamo vissuto questo Natale: l'abbandono del ciuccio. Non che mia figlia fosse una grande consumatrice di ciuccio, si è sempre limitata alla nanna. Ci sono dei bambini che incontri per strada a qualunque ora del giorno e li vedi sempre con il ciuccio. Tanto da non sapere chi è attaccato a chi. Comunque, per tanto o per poco, un taglio andava dato. Così, seguendo quella che ho scoperto essere una tradizione, abbiamo concordato con la piccola che a Natale avrebbe regalato il suo ciuccio a Babbo Natale per portarlo ai bambini più piccoli, visto che ormai lei è diventata grande. Il ciuccio è stato messo in un bel sacchettino colorato e lei, senza pensarci troppo, l'ha consegnato nelle mani di Babbo Natale. Babbo Natale avendo dalla sua una lunga esperienza si è dimostrato preparatissimo, ha aperto il sacchetto, ha ringraziato la bambina, straordinariamente dando la stessa nostra spiegazione del regalo per altri bambini piccoli, e l'ha consegnato al folletto che gli stava accanto. Mentre scendevo gli scalini il folletto mi ha avvicinato e con la destrezza di uno spacciatore consumato del più malfamato quartiere, scusate il paragone, mi ha ripassato nelle mani il sacchetto con la naturalezza di chi contrabbanda ciucci usati dalla mattina alla sera.
Vi chiederete: “Com'è andata senza ciuccio?”. Quando scrivo siamo all'inizio della terza notte e sta andando tutto liscio. Ma non diciamolo troppo a voce alta.
Nonostante l'atmosfera, ai laboratori organizzati alla casa di Babbo Natale mia figlia si è diretta decisa verso la ragazza che truccava i volti dei bambini chiedendo di essere un lupo. Orgogliosa del suo naso nero e dei suoi baffi si è messa anche in posa per una foto. Per essere in tema abbiamo disegnato qualche Cappuccetto Rosso e qualche Lupo. Nel mio disegno mi sono lasciato contagiare dallo spirito natalizio e, ricordando una versione edulcorata della famosa fiaba che avevo raccontato qualche sera prima a mia figlia, Cappuccetto Rosso e il Lupo sono diventati amici. Il povero Lupo ha solo fame e Cappuccetto Rosso decide di condividere con lui un po' di quello che sta portando alla nonna nel cestino. So che non si fa. Che ho fatto venire meno proprio gli insegnamenti della favola, che bisogna seguire quello che ci dicono i genitori e, soprattutto, che non si ascoltano gli sconosciuti ma poco prima di addormentarsi ho preferito questa mia nuova versione “da sogni d'oro”.
Per chiudere, un tocco di artista con la prima foto di mia figlia. Si riesce a intravedere un bambolotto tra le dita di mia figlia che non voleva proprio saperne di seguire i miei consigli su come tenere la macchina fotografica.

Questo post partecipa all'iniziativa #cartolinadalnatale di Patatofriendly, Squabus e Babbonline.

sabato 21 dicembre 2013

Cartoline dal Natale #cartolinadalnatale

Vi ricordate l'iniziativa della scorsa estate “cartoline delle vacanze”? 

Ci è piaciuto così tanto il risultato che per questo Natale abbiamo (Squa, Patatofriendly ed io) pensato di bissare.

Perché non condividere una foto rappresentativa del nostro Natale?

Come potete vedere dall'immagine c'è già qualcuno che aspetta le vostre cartoline... non vorrete deluderli, vero? 
Altrimenti il prossimo Natale potrebbe non esserci niente sotto l'albero e solo carbone nelle vostre calze :)

Come funziona? 
  • Se avete un blog e scrivete un racconto sul vostro Natale, postate il vostro link alla fine di questo post di Francesca.
  • Se usate twitter, inviate un tweet esattamente come se fosse una cartolina: allegate una foto e mettete l'hashtag #cartolinadalnatale e indirizzatela a @patatofriendly @squabus e @babbonline inserendo il link al vostro post.
  • Se invece non avete un vostro blog ma volete lo stesso raccontare il vostro Natale, inviate una mail con una foto a uno dei tre (squabus, Patatofriendly o babbonline, tutti @gmail.com)... se riuscite comunque ad inserire nella mail la tag #cartolinadalnatale ci aiuterete a filtrare gli input. L'altra volta avevamo il terrore di dimenticare qualcuno...

Avete tempo fino al 7 gennaio per farlo, poi le raccoglieremo per farne una mega-cartolina comune.

lunedì 16 dicembre 2013

Con gli occhi degli adulti, con gli occhi dei bambini


Cogliendo l’occasione di una giornata di sole e della nanna pomeridiana saltata, domenica pomeriggio siamo usciti per andare a vedere quello che avevano organizzato in occasione delle Festività in una piazzetta vicino casa.

Tutto racchiuso in pochi metri quadarti, mia moglie ed io abbiamo visto una ragazza vestita da folletto che consegnava un foglio sul quale scrivere la letterina per i regali. Mia figlia ha fatto in pochi secondi due righe con un pennarellone, rigorosamente nero, dichiarando subito chiusa la missiva (considerando la lettera, sotto l’albero troveremo due rami secchi). Un BabboNatale seduto su una poltrona al quale mia figlia si è avvicinata con circospezione tenendosi a debita distanza, senza accennare il minimo sorriso e senza rispondere neanche a una delle sue domanda (forse su consiglio dell’avvocato). Due artisti di strada che si lanciavano dei birilli e si dondolavano su biciclette a una ruota cercando di condire il tutto con battute più o meno riuscite (più meno che più). Un altro BabboNatale che girellava scocciato con la barba storta tirando in aria manciate di caramelle e che, a un certo punto, si è fatto spazio per vedere lo spettacolino mettendosi anche davanti ai bambini (mi sembrava il BabboNatale di “Una poltrona per due”, ci mancava che frugasse nelle tasche del pubblico). Un tavolo con due tipi di pasta, farfalle e penne, e dei tappi di sughero per creare degli angioletti con la colla a caldo (nessuno dei quali è arrivato intero a casa).

Rientrati in auto per tornare a casa mia figlia ha ritrovato improvvisamente la parole e nel silenzio ci ha stupiti con: “E’ stato bellissimo.”

giovedì 12 dicembre 2013

Il nuovo portale papàblog.it


Diversi mesi fa curiosando in Rete avevo scoperto che all’estero sono presenti riviste e siti dedicati ai papà (post2012 e post2013) e mi auspicavo che nel mare dei portali, non osavo pensare alle riviste, dedicati alle mamme iniziassero anche a navigare piccole barchette dei papà, anche se solo gusci di noci.

Mi sembra che ultimamente qualcosa si stia muovendo in tal senso. 
Così sarò ospite del portale www.papàblog.it che sta muovendo i primi passi proprio in queste settimane con miei post dedicati alla quotidianità con i propri figli, con un taglio molto pratico spingendomi, addirittura, a dare anche qualche consiglio. 
Mi troverete nella sezione Vità da papà, questo è il mio contributo.
Da altri post, vedo già che sono in buona compagnia. Ad esempio, con Stefano di Diario di un papà dopo il congedo parentale, che non ha bisogno di presentazioni.

Visto che dal mio blog lancio diversi “sassi”, non posso nascondere la mano quando mi invitano a prendere parte a questo tipo di iniziative.

Buona lettura.

Papà, mi fate sentire la vostra voce??? :)

domenica 8 dicembre 2013

Genitori e figli, un amore su livelli diversi


Chi ha un figlio scopre d’improvviso il mondo visto dall’altra parte, con gli occhi del genitore. Si spalanca di fronte la visione completa dei due aspetti della vita.
Ricordo mia nonna che di fronte a certe mie affermazioni ribatteva “Capirai quando poi avrai figli tuoi” con quel tono di chi la sa lunga per aver già vissuto tanti anni. Un tono di solito mal sopportato da chi, al contrario, è giovane e ha ancora tutto il suo futuro davanti.

Ci riflettevo la scorsa notte dopo che l’arrivo del sonno aveva allentato la presa di mia figlia dalla mia mano. L’amore di genitore è proprio su un piano diverso da quello di figlio. Almeno questa è la conclusione del tutto personale alla quale sono arrivato.
Non so da cosa dipenda.

Forse per l’onore che implica avere un proprio esclusivo appellativo, “babbo” e “mamma”, che solo loro possono attribuirci. Noi non li chiamiamo “figli”, ma non credo che dipenda dal fatto che potrebbero essere più di uno, ma con nomi o diminutivi che non sono nostri esclusivi. Per noi no, solo un figlio può chiamarti “babbo”, cancellando per loro quel nome che ti ha identificato, e ti identifica, per tutti gli altri.
O forse per l’onere di aver deciso di “mettere al mondo” un’altra persona. Una nostra decisione che riguarda un altro. Credo che sia un pensiero che tutti i figli hanno avuto, e che qualche volta si è addirittura tradotto in una frase urlata in faccia, in un momento di particolare tensione: “Non te l’ho chiesto io!”. Ed è vero. Forse dipende tutto da quella piccola verità che ci portiamo dentro inconsciamente e dalla relativa responsabilità che sentiamo nei loro confronti.
O ancora perché con i figli si parte da zero, non si portano dietro incomprensioni, recriminazioni o delusioni di tanti anni. Non li troviamo già adulti, come ci trovano loro, ma li vediamo crescere. Li abbiamo visti piccoli e indifesi. Forse con loro è tutto più facile rispetto a quanto è con noi genitori.

Forse aveva ancora ragione mia nonna quando diceva “Ricordati, la vita è una ruota”. In certe fasi ci passiamo tutti, ma siamo temporalmente sfasati. Per questo è difficile capirsi.

mercoledì 4 dicembre 2013

My gift is my (song) post and this one’s for you


C’è qualcuno che non compare mai direttamente nei miei post ma che traspare per chi sa leggere tra le righe. Anche perché come dico a mia figlia quando mi abbraccia forte e afferma perentoria “… il MIO babbo”, con un tono che tradisce quella voglia di possesso esclusivo tipica dei bambini piccoli, sono anche il “marito della mamma”. E’ strano che chi ha un blog parli di pudore dei sentimenti ma, si sa, che ognuno di noi è fatto di tante contraddizioni pur pensando di mantenere una propria coerenza personale.

L’altro giorno pensavo come, quasi senza rendersene conto, ormai la nostra parte di ricordi insieme sia preponderante su tutto il resto, sia per gli anni passati che per le tante esperienze vissute.

C’è chi dice che non bisogna guardarsi negli occhi ma guardare nella stessa direzione. Credo che ogni tanto sia bene anche girarsi a guardare altrimenti si rischia di non trovare più la persona accanto. Anche viaggiando in auto, dove è assolutamente necessario guardare la strada davanti, parlando con chi ci sta accanto ogni tanto sentiamo la necessità di buttare l’occhio a lato. Abbiamo bisogno di avere anche un riscontro visivo. Lo so bene dato che, per tanti mesi, ogni tanto mentre guidavo alzavo lo sguardo verso lo specchietto parlando con te che stavi seduta dietro accanto alla piccola.

Così, quando lei sarà più grande e si muoverà sicura nel mondo in spazi tutti suoi, sono sicuro che noi non ci ritroveremo come qualche vecchia coppia a chiederci spaventati “E adesso?”. Non sarà una domanda ma un’affermazione “E adesso, andiamo!”
Pur senza i suoi bellissimi occhialoni colorati, faccio mia la canzone “Your song” del buon vecchio Elton John. Mi permetto di correggerla solo in una parte, non potrei mai scordarmi che i tuoi occhi sono blu.
So che non si dovrebbero aspettare occasioni particolari, così non rispetto la data precisa. My gift is my song post and this one’s for you.

sabato 30 novembre 2013

Giocare da soli non significa giocare in solitudine

Mia figlia ha sempre avuto difficoltà a giocare da sola, chiedeva continuamente la nostra partecipazione ai suoi giochi. Percepiva i nostri inviti a fare qualche attività da sola come disinteresse, distacco se non addirittura abbandono. Non era neanche sufficiente la presenza nella stessa stanza, voleva la nostra completa attenzione.

Siamo convinti che la crescita implichi anche una certa autonomia nel gioco. Giocare da soli non significa giocare “in solitudine”. Vuol dire che un bambino è in grado di usare la fantasia, di immaginare in autonomia situazioni nuove e diverse senza bisogno che un adulto le crei per lui.
Non è stato facile riuscire a raggiungere con serenità questo obiettivo. C'è voluto tempo e una strategia a piccoli passi. Il bambino deve arrivare a capire che nella dinamica di una giornata a casa è normale rimanere in una stanza da solo a giocare mentre un genitore è nell'altra a fare qualcosa o, pur rimanendogli vicino, è occupato. Il piccolo deve aver compreso che l'assenza è solo momentanea. Alcune volte è sufficiente affacciarsi alla porta per evidenziare la propria presenza.
Soprattutto, e qui sta l'elemento vincente, deve riuscire a divertirsi anche giocando da solo. Quindi, non si può imporre. Deve venire naturale.
Ogni bambino, inoltre, ha un proprio carattere, proprie attitudini e propri tempi.

Nella mia esperienza ci sono attività che favoriscono il gioco in autonomia. Per mia figlia, tutto quello che implica assemblaggio o manipolazione. Ultimamente le costruzioni e i puzzle sono in cima alle sue preferenze.
Abbiamo dei contenitori con pasta e ceci che utilizza per travasare in piatti e bicchieri di plastica immaginando di fare la pappa.
Non le piace colorare da sola, si annoia dopo pochissimo. Quella è un'attività che preferisce fare insieme a noi.  
Le abbiamo comprato una lavagna (lato gessi/lato pennarelli) ma dopo un pochi scarabocchi ci chiama per giocare insieme. Ma in questo forse incide anche il fatto che a me piace disegnare...

sabato 23 novembre 2013

Attenzione! Gruppetto di mamme fuori da nido/materna

Premesso che in Italia c’è la libertà di riunione sancita dall’art.17 della Costituzione, personalmente metterei una piccolissima postilla per un’eccezione da non trascurare: il gruppo di mamme fuori dalla scuola.
Anticipo la critica che per i papà questo non avviene perché di solito non ci sono. Non è così vero, o comunque sempre meno vero. L’ho già detto, i papà non si riuniscono in gruppi. Anche se ci fossero, si vedrebbero davanti al portone della scuola in ordine sparso. Al massimo due insieme. Gli uomini si riuniscono, ma quando sono in veste di papà no. 

Il fenomeno è all’analisi di eminente studiosi ma ancora non si è arrivati a una soluzione. Voci non confermate dicono che qualcuno nel tunnel sotterraneo del Cern di Ginevra ci stia lavorando, tra un bosone e un altro.
Il gruppo di mamme fuori dalla scuola assume una personalità propria, con proprie caratteristiche. Una specie di superindividuo, una super mamma.
Di solito in questi gruppi vengono vivisezionate le maestre (lei ci sa fare con i bimbi però non è molto severa, lei è troppo servera), i programmi (non si potrebbe fare di più? stanno trascurando l’inglese?), la mensa (possibile che non ci siano mai gli spaghetti!), ci si confronta sulle attività post-scuola (con i timori contrastanti, mai confessati neanche sotto tortura, di fare meno degli altri), sulle scelte dei pediatri (confrontando medicine e metodi di visita, il medico troppo allarmistico e quello che tende a sottovalutare).
Di solito il gruppo si compone un po’ prima dell’orario dell’uscita, si va un po’ prima per poter proprio fare due chiacchiere, e si scioglie diversi minuti dopo l’uscita dei bambini.

Gli ultimi studi hanno dimostrato che la creazione del “gruppo di mamme” non è legato alla vicinanza della scuola ma vale anche per la fermata dello scuolabus.
Sono state scoperte anche mamme refrattarie al “gruppo”, quasi immunizzate, che non ne sentono il richiamo. Di solito arrivano in prossimità dell’ora di uscita, rimangono in disparte in attesa del figlio e poi se ne vanno.
  
Attendiamo fiduciosi gli sviluppi della scienza.

Nel frattempo, accanto al classico cartello stradale di attenzione per vicinanza a una scuola, metto il mio personale. 

martedì 19 novembre 2013

Lezioni di autonomia

Qualche sabato fa ho portato mia figlia a una “lezione prova” per alcuni incontri di laboratori creativi per bambini. I “tre anni” sembrano il limite minimo per partecipare a queste iniziative e volevo vedere come era l’ambiente, come erano organizzati e soprattutto se le piaceva.
Avevamo pensato di farla partecipare a qualche attività senza pesare su una settimana già abbastanza stancante, che non fosse percepita come un ulteriore impegno ma come una piacevole novità oltre a quello che fa alla scuola materna e con noi a casa.

Quando siamo arrivati c’era una bambina di un anno più grande insieme all'insegnante che aveva organizzato il corso. Non appena ha visto colori e pennelli si è avvicinata al tavolo incuriosita.
Sono rimasto seduto vicino all'ingresso, volevo che la mia presenza fosse di minimo disturbo permettendo comunque di darle sicurezza in un ambiente nuovo.
Dopo che ho visto che ormai il ghiaccio era rotto mi sono allontanato, pur rimanendo nello stabile della cooperativa, così da liberare tutti dalla presenza di un osservatore esterno.

Dopo una ventina di minuti sono passato davanti alla stanza. La porta a vetri era aperta e mia figlia era intenta a ritagliare dei fogli di carta colorata per fare una specie di collage insieme alla sua nuova amichetta.
Quando mi ha visto ha fatto un sorriso soddisfatto, si è avvicinata e muovendo la mano mi ha apostrofato con:
Babbo, vai a fare una giratina.

Credo che nel percorso di crescita dei nostri figli a noi genitori servirà sempre di più trovare la "giusta distanza" (come già scritto).

mercoledì 13 novembre 2013

La strada che porta al domani

Tra i tanti viaggi che ho fatto ci sono dei volti che mi sono rimasti impressi.
Tra i molti ricordo quella di una bambina.

Non eravamo neanche così lontani da casa, come capitato altre volte. Rientravamo su un fuoristrada da un’escursione nelle oasi di montagna della Tunisia, le ultime luci del giorno ci accompagnavano lungo una strada che sembrava un’unica striscia di asfalto in mezzo al niente.       
Ad un certo punto la guida che era al volante mise la freccia e accostò. Ci chiese un po’ di pazienza. Io gli ero seduto accanto e mi fece cenno di aprire la portiera.
Dopo pochi secondi apparve una bambina piccola con uno zaino sulle spalle. Si tolse lo zaino e si sedette nel mio sedile. Ci stringemmo e ripartimmo.
Percorse diverse centinaia di metri l’uomo rimise la freccia e accostò. Ancora apparentemente in mezzo al nulla. La bambina ringraziò e scese. Prima di ripartire riuscii a vedere una piccola luce in lontananza, sicuramente la sua casa.
Solo allora, penso per non imbarazzarla, la nostra guida ci spiegò che quella bambina camminava tanto a piedi per andare e tornare da scuola e quando gli capitava di incontrarla per quella strada che percorreva frequentemente per lavoro le dava volentieri un passaggio.

Le cronache di questi giorni su ragazzine disposte a tutto per avere una ricarica di un telefonino, il cellulare di ultima generazione o una borsa firmata mi riportano inesorabilmente su quella strada.

Mi sono ripromesso di dare anche io i miei "passaggi".
 

domenica 10 novembre 2013

"Non è impossibile. E' difficile." #ibimbicinsegnano

Qualche sera fa, dopo la seconda volta che costruiva uno dei suoi puzzle grandi, mia figlia ha avuto l'idea di girare i pezzi. Ovviamente non c'era l'immagine come nel lato principale ma una trama che ripeteva piccoli disegni. Pretendere di fare il puzzle da quella parte significava provare quasi ogni pezzo perché le differenze erano veramente lievi e a occhio non si riusciva a individuare quello giusto.

Lei si gira proponendomi di farlo insieme.
Non so perché, forse la stanchezza della serata o per non volerle far fare una cosa che sicuramente non sarebbe stata in grado di fare da sola in autonomia, ma mi è scappato:
Non si può fare, è impossibile”.
Mi guarda alcuni secondi e spontaneamente mi gela con:
Non è impossibile. E' difficile.
Sarei sprofondato.
Nonostante cerchi di stare attendo alle espressioni che uso quando parlo con lei, questa volta ho proprio sbagliato.

Ogni tanto sono i bambini che ci insegnano.
#ibimbicinsegnano

lunedì 4 novembre 2013

Lo zen e l'arte di accompagnarla alla materna


Un famosissimo libro di quasi 40 anni fa prendeva spunto dalla domanda se ci fosse differenza tra chi viaggia in motocicletta sapendo come funziona la moto e chi non lo sa. Tra le tantissime profonde riflessioni presenti nel racconto, tra quelle un po’ più di superficie ricordo che per garantire la qualità della manutenzione non è sufficiente il libretto delle istruzioni. E che solo un meccanico che tenga al proprio lavoro sia in grado di trovare una soluzione ai problemi perché si baserà sulla sua esperienza passata e non vedrà una piccola vite come singolo elemento ma come parte di un tutto.
 
Allo stesso modo mi troverei veramente in difficoltà nello scrivere delle istruzioni per chi dovesse occuparsi della sveglia e della preparazione di mia figlia per la materna.
Perché non ci sono nessi causa-effetto, se non solo in apparenza, o certezze di comportamenti o di reazioni che possano garantire gli obiettivi di un buon risveglio e un ingresso sereno a scuola.

Ogni mattina c’è qualcosa di lievemente diverso. Magari un brutto sogno, non così presto da poter ripiombare nel sonno ma neanche così vicino all’ora della sveglia per alzarsi e iniziare a prepararsi, o risvegli disperati perché il pupazzetto della nanna non è più nel letto. All’opposto, mattinate nelle quali qualsiasi cosa, neanche una sirena dei pompieri, sembra riuscire a farle aprire gli occhi.
Volte nelle quali la prima parola che dice è “Latte” contro altre che ne rifiuta anche la vista pur finendo in entrambi i casi a berlo tutta contenta.
Mattine in cui qualsiasi vestito va bene contrapposte ad altre nelle quali occorre riuscire a convincerla che quella felpa non è così brutta.
Ingressi al nido con un saluto di sfuggita correndo verso la stanza con i giochi e le amichette e altri nei quali ci vuole un abbraccio forte forte e due baci, uno grande e uno piccolo, per darle la forza di entrare.
Interpretare un suo “Sì” o “No” o un suo comportamento diventa come trovare un motivo a quel rumorino nel motore. Non si può spiegare.
Solo conoscendola e vivendoci insieme si riesce a trovare al volo la scelta che rappresenta una delle soluzione che permette di ripartire. Perché non c’è “la soluzione”, non c’è “il modo”. C’è una o più soluzioni che vanno bene per lei e per quel momento ma che non è possibile definire a priori.

Ho cercato e ricercato dal ritorno dall’ospedale ma non c’erano libretti di istruzioni per il modello che avevo, particolare e unico come ogni bambino. Non avrebbe neanche senso mettersi a scriverlo. Sarebbe solo tempo perso.

lunedì 28 ottobre 2013

La felicità delle "code"

Ultimamente ho avuto occasione di parlare di “code”, prendendo spunto dal post di Marzia "Cosa non sopporto della media" e in alcuni scambi tra amici in Rete.

Per “code”, gaussianamente parlando, intendo tutte le minoranze che, per diversi fenomeni, si trovano ai lati, schiacciate, anche in senso figurato, da una media la cui forza è solo nel numero.

C’è una possibilità che queste code possano aspirare a una certa felicità?

Ho imparato da tempo che è bene cercare di muoversi in un campo a noi favorevole. Non si può contare sulla velocità se gli altri corrono di più o pensare di farla franca saltando quando sono tutti più alti. L’ho sentito qualche giorno fa in un bel film di Ken Loach (“Il mio amico Eric”), quando un ex campione di calcio cerca di spiegarlo a un postino. Ve lo consiglio, potrei definirlo anche un film sulla paternità.     
Fare similitudini con un campo di battaglia è sempre poco simpatico ma rende l’idea. Si può persino vincere un esercito numericamente superiore al nostro se si sposta la battaglia su un piano che valorizzi le nostre caratteristiche. La storia lo insegna e si sa da centinaia di anni ("L’arte della guerra").     

Può essere la numerosità, che le penalizza, la chiave di volta della felicità delle "code"? Forse sì e proprio grazie al web. Più si amplia il nostro mondo, più riusciamo ad “abbassare” la media e “alzare” gli estremi. Le code diventano più numerose e più consapevoli. Diventa così più facile incontrare persone con caratteristiche simili.
Anche se solo da punto di vista economico, questo concetto è stato ampliamente discusso in un libro divenuto famoso ("La coda lunga" di C. Anderson).

Ma io voglio parlare di persone.  
La Rete permette di allargare in modo esponenziale i nostri possibili interlocutori, trovando persone con interessi e gusti simili. Permette di scambiare idee e, soprattutto, di organizzarsi per scardinare quella che possiamo definire l’egemonia della maggioranza.
Se il numero non è, e non potrà essere, la forza delle code, è necessario puntare sull’organizzazione.

giovedì 24 ottobre 2013

La scelta del passeggino

Mi hanno segnalato il sito www.cercapasseggini.it il primo portale italiano d'informazione sul mondo dei passeggini. Visto che si tratta di un sito informativo e non di un singolo prodotto, mi fa piacere darne notizia. 
Tra l’altro, questo argomento mi ha riportato alla memoria il momento della nostra scelta.  

La scelta del passeggino è stata il primo passo che ho fatto nel mondo degli articoli per l’infanzia. Più che un mondo, un vero e proprio universo.
Ancora con una pancetta non ben definita (ovviamente non la mia ma quella della futura mamma) varcammo la soglia di un grande negozio, un po’ intimoriti da tutta quella oggettistica per bambini piccoli. Biberon con decine di tipi di tettarelle, provenienti da studi della Nasa per prevenire il rigurgito o qualunque cosa suonasse come una minaccia per i futuri genitori. Si sa che la paura è un’ottima leva di acquisto.

Addirittura c’erano negozi che per l’acquisto del passeggino proponeva un appuntamento per essere sicuri di aver il tempo per illustrare tutti i modelli e tutte le diverse caratteristiche.
La parte un po’ anarchica del nostro spirito fece sì che ci presentassimo una mattina presto, senza alcun preavviso, con la fatidica frase “Volevamo vedere un passeggino”.
Probabilmente la commessa ci avrà odiati ma abbozzò un sorriso e ci introdusse in uno stanzone pieno di passeggini. Passeggini ovunque. Aperti e chiusi, a terra e attaccati alle pareti. Sembrava che ci fosse stato un’esplosione.
Ci parlò di cose a me oscure. “Trio” o “Duo”. “Fronte strada” o “Fronte mamma”. “Chiusura a libro” o “Chiusura a ombrello”. “Gomme piccole” o “Gomme grosse”
Abituato a non perdere così tanto tempo neanche quando devo cambiare l’auto, dopo alcuni minuti il mio cervello si era disconnesso. Aveva messo il pilota automatico per annuire e sorridere ogni tanto a intervelli irregolari, per non creare sospetti di assenza di attenzione.
Mi venivano fatti alzare alcuni passeggini. “Senta come questo sia più leggero dell’altro!”
Attimi di imbarazzo.
“Mah, saranno grammi” pensai.
“Effettivamente…” dissi.
Ci fu anche la “prova bagagliaio auto” nel parcheggio fuori dal negozio per capire quali modelli entrassero.   
Uscimmo stremati e confusi da tutte quelle informazioni.
Ci fu anche un confronto con altri genitori che potevano parlare per esperienza diretta e, ovviamente, l’immancabile ricerca su internet di pareri di chi aveva già scelto un particolare modello e dava consigli.
E scelta fu.
Il futuro babbo cercò di influenzare, caldeggiando le ruote grosse parlando di improbabili scorribande nelle campagne vicino casa e possibilità di muoversi tranquillamente anche in spiaggia. Il fatto che ci fosse anche una pompa per gonfiare le ruote posteriori non era da sottovalutare.

Un consiglio per i futuri papà: se ve la sentite di influenzare la scelta del passeggino preparatevi a sostenerne la validità per i successivi tre anni in ogni futura occasione nella quale la vostra dolce metà, che nel frattempo si è ridotta ad almeno a  un terzo  visto che la dovete dividere con il pargoletto, vi sottoporrà dubbi sull’acquisto imputandovi la responsabilità principale. 

domenica 20 ottobre 2013

I turni da padre

L'altro giorno mi sono fermato a fare un conto. 
In un giorno lavorativo (5 giorni su 7) normalmente ho la possibilità di passare in famiglia con mia figlia dalle 17.30 alle 21.30 (orario di nanna) per un totale di 4h su circa 14h, togliendo le ore di sonno. Sono ore potenziali perché poi bisognerebbe considerare altri impegni che possono esserci o normali attività come preparare la cena.
Per i giorni che l'accompagno alla scuola materna c'è da aggiungere il tempo dalla sveglia all'entrata (circa dalle 07.15 alle 8.05).
Cerco di tirami su dicendo che comunque, ho la reperibilità notturna, ovviamente divisa con la mia compagna. Cosicché, se si sveglia per un brutto sogno, se non sta bene, se perde le coperte, se ha bisogno di una mano da stringere per rendere meno profondo il buio della notte, io ci sono.
Poi, fortunatamente, ci sono i week-end che di solito sono di “turno H24”.

Mi rendo che conto che il tempo non è dalla mia parte. Che c'è tutto un mondo nel resto della giornata, fatto di tante altre persone che mi spingono indietro, volontariamente o meno, nel mio ruolo di educatore. Non credo che basti sperare che trovino gli amici giusti, o che non incappino in quelli sbagliati, e bravi insegnanti, o almeno non pessimi. Sono convinto che questo ruolo in prima fila si debba conquistare giorno dopo giorno, al di là del poco o tanto tempo a nostra disposizione.



martedì 15 ottobre 2013

A piedi nudi sugli scogli

Non sono più capace di camminare a piedi nudi sugli scogli. Me ne sono reso conto la scorsa estate al lago quando mi muovevo goffamente appoggiando i piedi sui sassi con la massima attenzione e cura a ogni passo che mi separava dall’acqua.

Non sono più capace di camminare a piedi nudi sugli scogli nonostante da piccolo abbia passato intere estati muovendovi tra gli scogli come un naufrago felice di avere tutta un’isola a sua disposizione. Cercando di catturare granchi come prova di coraggio e forza. Facendo i tuffi più divertenti che da una spiaggia di sabbia non è possibile neanche immaginare.

Non sono più capace di camminare a piedi nudi sugli scogli nonostante non abbia mai usato quei brutti sandali colorati da bambini. Che ti facevano prendere il sole a strisce e quando li toglievi sembrava di aver avuto i piedi in carcere.  Perché la plastica era ancora più insicura, ti faceva scivolare che era una bellezza. Il piede ti metteva in contatto diretto con la superficie, eri in grado di calibrare peso e pressione. Le scarpe erano da forestieri del mare.

Non sono più capace di camminare a piedi nudi sugli scogli e me ne dispiace. Nonostante questo volesse dire anche qualche spina di riccio di mare da far togliere la sera. Con l’ago da cucire della mamma passato sotto la fiamma dell’accendino del babbo, per sterilizzarlo. Il piede fermo e lo sguardo girato. Trattenendo il dolore.

Non sono più capace di camminare a piedi nudi sugli scogli e me ne dispiace. Nonostante non fosse poi così comodo. La sabbia lo è indubbiamente di più, quasi come camminare sulla seta.

Non sono più capace di camminare a piedi nudi sugli scogli e me ne dispiace. Nonostante ogni tanto si sparisse tra gli scogli per una scivolata imprevista, per una valutazione sbagliata di noi bambini e si riapparisse con dei bei lividi sul sedere.

Non sono più capace di camminare a piedi nudi sugli scogli e me ne dispiace perché avrei potuto insegnarlo anche a mia figlia. Non sono cose che si imparano una volte per tutte, come andare in bicicletta, c'è bisogno di passarci del tempo ogni tanto. Per volerlo fare bisogna aver capito che alla scomodità si accompagnano tante belle esperienze. 

Non sono più capace di camminare a pidi nudi sugli scogli ma vorrò portarci lo stesso mia figlia. Insieme "forestieri del mare", uno con un passato di salsedine alle spalle e l'altra con un futuro tutto da costruire.

venerdì 11 ottobre 2013

“T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda. Eri lontanissimo due giorni fa...”


Avere un figlio ti inchioda sull'asse del tempo. 

Credo che ogni genitore sia stato preso almeno una volta dal terrore di lasciare i propri figli ancora piccoli ad affrontare il mondo. Non per la pretesa di essere le migliori persone da avere accanto ma per la cura e la protezione che spetta a chi si affaccia alla vita. 
Si sa che poi, comunque, si cresce. Nei periodi di guerra e nelle condizioni meno favorevoli. Voglio, però, potermi dedicare al “come”. 

Sono abituato a vedere pini che si affacciano sul mare piegati dal vento. Vorrei avere la possibilità di dedicarmi alla "mia pianta". Per legare il fragile fusto dei primi anni ad un sostegno robusto, per toglierle i rami secchi e per difenderla dai parassiti che ne metterebbero in pericolo la crescita. Per poi vederla dritta, affrontare tranquilla le libecciate dal mare.

Alcune volte mi capita di voler accorciare il più possibile il tempo per arrivare al momento che la vedrò grande. Poi mi rendo conto che mi perderei la parte più bella. Che in realtà non è la voglia di avvolgere il nastro più velocemente ma solo il desiderio irrealizzabile di poter sbirciare nel futuro per avere la certezza di esserci.

Allora non chiedo più al tempo di correre veloce. Al contrario, lo invito a rallentare il più possibile. 
 

martedì 8 ottobre 2013

L’amore non è “rivale” … ma il tempo sì


Ogni tanto mi tornano alla mente frasi che mi dicevano in famiglia e che racchiudevano piccoli insegnamenti. Sembravano buttate là ma cercavano di trasmettermi un pensiero più profondo. Questo modo di “insegnare senza dare lezioni” si è rivelato molto utile in quanto mi rendo conto di aver interiorizzato molto bene alcuni concetti.
Probabilmente, come già detto in altro post, il fatto di avere una sorella rendeva necessario evitare inutili gelosie per mantenere una certa armonia familiare e saldare i legami tra fratelli.
Così ricordo che ogni tanto entrava nel discorso il fatto che il bene non si divide ma che si può volere bene a tante persone insieme nella stessa misura senza bisogno di togliere a qualcuno per dare ad un altro. Questo doveva ovviamente spiegare il fatto che i genitori possono voler bene allo stesso modo ai fratelli.
In modo meno semplice, e sicuramente meno chiaro, qualcuno potrebbe dire che l’amore è “non rivale”. Questo significa che il fatto di voler bene ad una persona non riduce l’affetto che posso provare per un’altra.

Fino a che ci muoviamo nella teoria tutto fila. I problemi nascono, inesorabili, nella pratica.
I sentimenti non esistono di per sé ma attraverso la loro rappresentazione concreta. Non esiste la “generosità” ma l’insieme di azioni alle quali noi diamo quel nome.
Così la traduzione in pratica è molto più difficile della semplice enunciazione: babbo e mamma ti vogliono bene.
Se l’amore non è rivale, il tempo lo è.
Se ho un’ora di tempo, devo decidere come passarla. In questo caso, una singola scelta esclude tutte le altre.
I bambini piccoli sono avidi di attenzioni ed egoisti per natura. Una delle prime frasi che imparano a dire è “E’ mio” e una delle cose più difficile da insegnare loro è la condivisione degli oggetti di gioco con gli altri.
Bisogna cercare di far capire ai propri figli la gestione del tempo. Pur cercando di stare il più possibile insieme, ci sono anche dei momenti nei quali c’è anche da fare altro e che questo non significa mancanza di amore.